FILM

Vent’anni di Borat: la “follia” cinematografica di Sacha Baron Cohen

Borat compie 20 anni dalla sua prima uscita nelle sale. Il film con protagonista Sacha Baron Cohen ha aperto la strada al mockumentary cambiando radicalmente il concetto di satira applicata alla settima arte.

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Borat - Studio culturale sull'America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan, questo il titolo integrale dell’opera, usciva al cinema 20 anni fa. Oltre a considerare cosa stavamo facendo, oppure com’eravamo quando quest’uomo stravagante ha simpaticamente invaso le nostre vite con il tormentone orecchiabile “Mio nome Borat”, potremmo domandarci come siano cambiati i tempi – nell’arco di due decadi – anche cinematograficamente. L’opera in questione, nata dall’estro e dalla follia artistica di Sacha Baron Cohen, è arrivata nelle sale come un fulmine a ciel sereno.

Qualcosa di talmente deflagrante, per contenuto e sviluppo, da cambiare per sempre la concezione di commedia brillante. Infatti, un film come Borat oggi viene definito mockumentary: un racconto che somiglia a un documentario, dal punto di vista cinematografico, ma utilizza la satira sociale come arma principale e strumento di linguaggio.

La gestazione travagliata

Una suggestione letale se usata nel modo giusto e senza tempo se chi la mette in atto è disposto a prendersi qualche rischio. Borat, nello specifico, di rischi ne ha corsi molteplici - al punto che la pellicola ha avuto una gestazione travagliata. Il regista Todd Phillips (quello di Joker) ha abbandonato le riprese a causa di alcune divergenze creative, per usare un eufemismo, venute a galla nel momento in cui si è trattato di trasformare i propositi in realtà. Cohen voleva un’opera dissacrante, ma secondo il regista di Brooklyn c’è un limite a tutto. Quella soglia di sopportazione è stata superata nel momento in cui è stata chiamata, in fase di realizzazione del film, la Polizia con relativo intervento delle autorità competenti per ben 92 volte nel corso delle riprese.

Dire di aver a che fare con una commedia fuori dagli schemi non è bastato a evitare conseguenze pesanti, non sempre gestibili. Al posto di Phillips subentrò il regista Larry Charles: uomo dalla “scorza” decisamente più dura e abituato a sporcarsi le mani. Tradotto ancora meglio: Charles, a differenza del suo predecessore, ha sempre amato stuzzicare il potere e i potenti con la satira sociale. Borat era proprio quello che cercava, infatti dopo il successo del film continuò a fare lungometraggi con la stessa mira: divertire, riflettere e provocare.

Questo è il suo mantra, come confermano Il Dittatore (2012) e Io, Dio e Bin Laden (2016) su tutti. L’idea di Sacha Baron Cohen era, per l’epoca, un salto nel buio che dopo la diffidenza iniziale ha ripagato ampiamente in termini di pubblico e critica. Il film ha generato non poche discussioni e attriti, al punto che gli incassi sono cominciati a salire quando le persone hanno davvero cominciato a chiedersi chi fosse questo Borat e perché era riuscito a far saltare la mosca al naso a tutto l’establishment americano.

Cambiare gli equilibri

Chi non risica non rosica, proverbio tutto italiano che si traduce facilmente anche in America: se lo ricorda bene proprio Phillips che anni dopo ha provato a buttarsi in progetti cinematografici che avessero alla base una forte componente di satira sociale (si vedano la trilogia de Una Notte da Leoni e Parto col Folle). I risultati furono soddisfacenti, ma nulla a che vedere con le reazioni e i commenti a caldo suscitati da Borat. Un’opera destinata a cambiare gli equilibri di genere nella sua interezza. Quando, nel cinema comico-satirico si parla di alzare l’asticella, il film diretto da Charles viene sempre citato. Un vero e proprio spartiacque tra quando fare satira era un’esigenza a quando è diventato mainstream.

Nei primi anni del Duemila fare satira sociale, a qualsiasi livello, voleva dire essere degli “alieni”. Negli USA c’erano già le serate “On The Mic” dove stand-up comedian di vario genere si mettevano alla prova e stuzzicavano i potenti con battute al vetriolo, ma nessuno era mai riuscito a farsi accettare universalmente a livello televisivo e cinematografico. Oggi Ricky Gervais fa una serie su Netflix e, quindi, mette anche un piede nella settima arte. Vent’anni fa non era così immediato, anzi non era proprio previsto. Figurarsi se l’intento primario era quello di usare una maschera comica come protagonista cinematografico per smascherare i luoghi comuni, i vizi e le virtù (poche stando alla visione di Sacha Baron Cohen) a stelle e strisce con provocazioni al limite del consentito.

Borat è riuscito a incassare oltre 14 volte il suo budget di produzione, portando il film a essere uno dei maggiori successi del 2006 in rapporto ai costi. Un vero e proprio record che ha condotto l’opera agli Oscar: una candidatura come Miglior Sceneggiatura non originale, da sommare al Golden Globe attribuito a Sacha Baron Cohen in qualità di Miglior Attore in un Film o Commedia Musicale.

Tra sorprese e accuse

L’altra peculiarità del film, che lo ha reso dissacrante all’ennesima potenza, è l’assenza totale di cameo all’interno del girato. Numerosi attori avevano contattato Sacha Baron Cohen per partecipare alle riprese dell’opera (da Johnny Depp a George Clooney passando per Steve Martin): tutti dovettero abbandonare l’idea di prendere parte al girato perché una volta capito quel che avrebbero dovuto fare, ovvero assecondare le “follie” del protagonista, non sono stati in grado di reggere il confronto. Questo basta a far capire che atmosfera si respirasse dentro e fuori dal set.

Quello che ha reso credibile e particolarmente irriverente il personaggio di Borat è uno spiccato antisemitismo. Aspetto mal visto negli Stati Uniti e non solo. Questa particolarità però fece ancora più rumore, sul piano della critica, perché a portarla avanti fu proprio un attore come Sacha Baron Cohen. L’uomo è ebreo e in quel frangente ha sottolineato: “Serviva un personaggio misogino, razzista e antisemita per rivelare i pregiudizi delle persone”. Le parole dette al New York Times qualche anno fa risuonano ancora oggi come ulteriore provocazione.

Il film, infatti, fu letteralmente sommerso di cause legali. L’opera fu talmente dissacrante che il Kazakistan (città Natale del personaggio principale) ha bandito la distribuzione del film per poi “perdonare” la produzione in un secondo momento, non appena le autorità kazake si accorsero che grazie a Borat il turismo in certi luoghi era aumentato. Infatti, successivamente, le autorità locali (con particolare attenzione al turismo e al territorio) usarono lo slogan di Borat (“Very Nice!”) per attirare nuove persone nei periodi di vacanza tra visite guidate e tour mirati.

Il coraggio di resistere

Borat, dopo 20 anni, ha conservato una cifra stilistica talmente netta che è quasi impossibile da replicare. È stato girato, infatti, anche un sequel che però è stato distribuito lontano dal circuito delle sale (anche questa è una chiave che rende originale il girato) per essere valorizzato su Prime Video nel corso della pandemia.

Il film diretto da Larry Charles ha cambiato i canoni della satira sociale elevando anche il fattore di rischio: più si azzarda, anche in sala, maggiori saranno le conseguenze. Con particolare riferimento agli incassi. L’importante è trovare il coraggio di resistere. Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare (di critiche) da fronteggiare, ma fare il bagno con soltanto un costumino verde fluorescente per alcuni non ha prezzo.

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