In un ideale proseguimento delle avventure dei moschettieri di Dumas, il cardinale Richelieu continua a ordire piane malvagi, nel tentativo di salire al trono al posto di Luigi XIII… Ma chi può proteggere il re, se l’ordine dei moschettieri è caduto in disgrazia? L’unico difensore del legittimo monarca sembra essere il giovane Duca d’Enghien, ma al suo fianco fa la sua comparsa un misterioso guerriero interamente fatto di metallo. Chi è questo paladino della giustizia e come fa a muoversi come un normale essere umano?

Per l’albo che dà il via a un’ideale seconda annata de Le Storie, Giovanni Gualdoni scrive un’avventura di cappa e spada che vuole ricreare l’atmosfera dei romanzi di Dumas e ci riesce. L’ambientazione pittoresca e gli intrighi di palazzo riescono ad affascinare il lettore, anche grazie alle suggestive tavole di Giorgio Pontrelli.
Il vero elemento d’attrattiva è però il moschettiere di ferro che dà il titolo all’albo, un personaggio misterioso e ben caratterizzato che ruba la scena, anche grazie all’incredibile capacità di Pontrelli di renderlo espressivo nonostante l’immobilità della sua maschera di metallo.
Una volta entrati nella Francia del 1642 e constatato come l’autore sia riuscito a donare una spruzzata di steampunk sul contesto storico/letterario già ampiamente sfruttato, rimane ben poco.
Ci sono singoli momenti memorabili, scene ben strutturate e molto piacevoli anche dal punto di visivo. Ma la vicenda dopo la metà dell’albo lascia a desiderare e prosegue su binari abbastanza prevedibili, non continua a catturare il lettore quasi sprecando le potenzialità che un contesto simile potrebbe offrire. Non c’è una trama degna di nota, l’impressione è che sfogliando l’albo si assista a una presentazione del contesto narrativo e del bizzarro protagonista, elementi che comunque giustificano la lettura dell’albo, ma non supportati da un intreccio ben pianificato che avrebbe potuto farli splendere ancor di più.

Ci sono molti spunti interessanti ne Il Moschettiere di Ferro, ma la maggior parte non sono sviluppati a sufficienza. Forse per la natura autoconclusiva dell’albo, l’impressione è che l’autore avrebbe avuto altro da raccontare ma che abbia dovuto forzarsi a racchiudere il tutto nel numero di pagine a disposizione. Anche il mistero sulla natura del protagonista, così promettente nella sua premessa, si risolve in modo affrettato e decisamente insoddisfacente.