Cannes 2026 - Intervista a Bruno Dumont (Red Rocks): “Il bambino che eravamo a 5 anni è ancora dentro di noi”
Sulla Croisette di Cannes, il regista francese racconta Red Rocks: la ferocia dell'infanzia, la scelta di girare con i bambini e la necessità di ritrovare una natura più libera.
È un Bruno Dumont in cerca di leggerezza quello che incontriamo sulla Croisette della 79ª edizione del Festival di Cannes. Dopo l'anarchica fantascienza de L'Empire (Berlino 2024), il regista francese torna alla Quinzaine a quasi trent'anni da La Vie de Jésus con Red Rocks: un racconto sull'infanzia girato tra la Costa Azzurra e Trieste, coprodotto dalla romana Nightswim di Ines Vasiljevic e Stefano Sardo.
Per la prima volta nel suo cinema, Dumont abbandona il Nord della Francia e bagna le sue immagini di colori inediti: vividi e pulsanti. Lo stile, però, è il suo: radicale e senza compromessi, tra camera a mano e grandangoli che deformano i volti. Un mondo visivo che riflette il bambino che ci portiamo dentro, tra meraviglia e ferocia dell'infanzia.
Con Red Rocks torna alla Quinzaine trent'anni dopo La Vie de Jésus: un cerchio che si chiude o un nuovo inizio?
Per la prima volta nel suo cinema vediamo una luce diversa, quella della Costa Azzurra: un luogo quasi onirico, in cui però scoppia un conflitto duro tra bambini. Come ha affrontato questo contrasto tra paesaggio e violenza?
Io lavoro con delle forze opposte, perché è quello che conta in un film. C'è insieme il meraviglioso e il suo opposto: è un paesaggio bellissimo, che lotta contro la realtà di quello che sono i bambini. E i bambini sono meravigliosi e non meravigliosi. Hanno qualcosa di vero, di poetico, di divertente, ma anche di oscuro. Hanno una violenza dentro. Tutte queste forze, io cerco di catturarle, di metterle a confronto, e con quelle costruisco il film. Hai bisogno di tensioni che salgono, che scendono, che vanno in direzioni opposte: è quello che crea il motore. È così che si fa un film.
La scelta della camera a spalla è stata centrale: i bambini erano molto turbolenti, si muovevano tanto, e con questa tecnica si può girare più facilmente. L'operatore, Carlos Corral, ha una grande agilità tecnica, sa muoversi su più piani. Al tempo stesso bisognava trovare dei ritmi forti tra i primi piani e i campi larghissimi, perché il rapporto principale del film sta proprio lì, tra i piccoli bambini e i grandi paesaggi. La forza l’ho trovata nel fare piani ravvicinati sui bambini, che restano piccoli, ma in primo piano diventano giganti: a quel punto cambia tutta la prospettiva.
I bambini hanno tra i cinque e i sei anni. Quanto del film era scritto in partenza e quanto è stato affidato alla loro improvvisazione? Solitamente dirige i suoi attori parlando con loro attraverso degli auricolari: ha potuto usare lo stesso sistema anche con bambini così piccoli?
Non è la prima volta che racconta l'infanzia nel suo cinema. Cosa ci dicono i bambini sul mondo degli adulti?
Abbiamo tutti dentro di noi il bambino o la bambina che eravamo a cinque anni: è sempre lì. Ci vediamo invecchiare, ci vediamo vivere, ma la piccola coscienza che abbiamo dentro resta molto giovane. Il bambino ci dice quello che siamo, nel modo più naturale possibile: quella specie di potenza, di forza, di libertà, di vita, di amore, ma anche di odio. Ci dice com'è fatta la natura umana. E tutte le domande di oggi, che sono domande di cultura, devono partire da lì. Non si può vivere solo di natura, perché la natura è anche pericolosa. Ma non si può nemmeno vivere ignorandola, perché è la nostra origine. Oggi invece viviamo in un mondo iper-trasformato, totalmente artificiale, esausto, ormai irriconoscibile rispetto all'origine. Quando vedi i bambini di oggi mandati a scuola con il casco e il gilet ad alta visibilità, ti dici che la gente è impazzita. La cultura di oggi è folle. Bisogna ritrovare la natura, ricostruire un mondo più semplice, più libero.
Ce ne sono stati tantissimi! Quando dici "azione", succedono un sacco di cose intorno a te: distrazioni, uccelli, treni che passano. Quando vedi i bambini cadere, sono caduti davvero. A un certo punto uno di loro è caduto dal quad: è stato un incidente, e l'ho filmato, non è un problema. Gli sguardi in macchina sono veri, non glieli ho chiesti io, ma è la vita che si realizza davanti all'obiettivo. Sono tante piccole cose che non cerco di correggere. Gli imprevisti mi danno sempre molto su cui lavorare.