FILM

Gialappa’s, la tv senza farsi vedere: “Il nostro non è un documentario su tre che sono morti”

Intervista ai Gialappa’s e a Walter Veltroni su L'Assurda Storia della GIalappa's Band, docufilm che racconta quarant’anni di tv: Tafazzi, la rottura con Teocoli, gli errori e la prossima follia

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Alla Festa del CInema di Roma e ora nelle sale, L'assurda storia della Gialappa's Band è il documentario diretto da Walter Veltroni che ha raccontato la parabola di una delle più inventive e intelligenti idee che lo spettacolo italiano abbia avuto nel dopoguerra, ossia la Gialappa's Band, nata quasi per caso, a commentare le partite di calcio su Radio Popolare e arrivata a rinnovare il varietà italiano. Abbiamo avuto occasione di intervistare i due membri dell'ex-trio, Marco Santini e Giorgio Gherarducci, e il regista del film.

La prima cosa che mi ha sconcertato, quando ho saputo del film, è il nome del regista. Non pensavo che Walter Veltroni avesse qualcosa in comune, nell’immaginario, con voi. Nel film è diventato una specie di Gialappo a suo modo. Come avete accolto questa operazione e il lavoro con lui, comprese le sue richieste?

Gialappa’s Band: Il film nasce da un’idea di Attilio De Razza, il produttore, che ci chiamò dicendo di voler fare un docufilm sulla nostra storia. Prima gli abbiamo dato del pazzo, poi, quando ha insistito e ci ha chiesto chi secondo noi dovesse farlo, il primo nome che abbiamo fatto è stato quello di Walter Veltroni. Lo conosciamo da trentacinque anni e le nostre carriere hanno avuto vari punti di contatto. È stato lui a scoprire il vero significato di Tafazzi, che noi ignoravamo. Il giorno che arrivò a dirigere l’Unità ci chiese di scrivere un pezzo. Ci è sembrato naturale, anche perché lui ha fatto mille documentari.

Walter Veltroni: Ci conosciamo da tanti anni e abbiamo in comune almeno un senso dell’umorismo: ci piacciono le stesse cose, gli stessi linguaggi, gli stessi universi. Dal mio punto di vista la loro storia aveva, per anni e purtroppo anche per qualità e ispirazione, la profondità necessaria per essere raccontata. E raccontava insieme anche un po’ la storia del cambiamento italiano.

Il film racconta una parabola artistica con varie fasi e varie rinascite. Ma racconta anche un modo di intendere lo spettacolo che oggi, pur non essendo scomparso (voi lo dimostrate), fa più fatica a esistere, con quella capacità di stemperare la serietà.

Gialappa’s Band: È sempre stato il nostro modo di intendere il programma. Sono cambiati i titoli e ci siamo dedicati a cose diverse. Siamo partiti cercando di smorzare la seriosità del calcio, ma quando ci siamo ritrovati a fare programmi solo comici abbiamo lavorato nello stesso modo. Nel film si scoprono cose che non erano così scontate, e per noi è bello sentire anche il nostro punto di vista di comici su come sono nate certe cose, alcune in modo del tutto casuale. Altre le ha spiegate Walter, come dicevamo prima. Si ride molto e ci si commuove anche un po’.

Quell’effetto, che non mi piace chiamare nostalgia perché è un sentimento che non amo, passa forte. Era connaturato al progetto o ve ne siete accorti strada facendo, intervistando gli altri protagonisti del film?

Walter Veltroni: I documentari sono molto difficili da sceneggiare. Si fanno da soli, attraverso le voci che racconti, le testimonianze, il materiale di repertorio, il tono che dai e la musica che scegli. A un certo punto è diventata una storia che mette insieme la vicenda italiana e quella di tre ragazzi che non si conoscevano e che hanno inventato un modo di fare televisione senza farsi vedere. Se ci pensi c’è qualcosa di Garcia Márquez, di realismo magico: tre che fanno televisione senza mostrarsi. Il tono del film è venuto dalla profondità della loro storia.

Mi ha colpito anche che non vengano omessi i momenti più complicati: il rapporto con la Rai e soprattutto la rottura con Teocoli, che poteva essere un terremoto ed è stata invece un rilancio.

Gialappa’s Band: Non è un’agiografia. Era giusto raccontare anche i momenti di difficoltà, bisogna raccontare tutto. Lo stesso vale per quando Carlo ha deciso di smettere di lavorare. Sono momenti importanti della nostra storia lavorativa e vanno raccontati anche per chiarire i reali motivi, perché ci siamo trovati mille volte a rispondere sul perché Carlo se n’è andato e sul perché se n’è andato Teo. Nel film lo diciamo, e lo dicono sia loro sia noi. Il racconto è completo, non è di parte, e se qualcuno avesse dei dubbi qualcosa si chiarisce.

Tra i momenti difficili metterei anche, talvolta, il rapporto con Mediaset, perché in qualche caso avete dovuto difendere la vostra libertà.

Gialappa’s Band: Certo. Lo diciamo mentre siamo in una radio di Mediaset, e così acquista maggior valore.

Una cosa di cui non avete parlato, e siccome scrivo per un sito di cinema devo chiedervela, è il vostro film, Tutti gli uomini del deficiente. So di essere in minoranza, ma io all’epoca lo amai molto.

Gialappa’s Band: Lo amammo tantissimo anche noi, e lo amiamo tuttora. Ci abbiamo speso tutte le energie. Il problema è che costava tantissimo recuperare i costi, e ci hanno rovinato le previsioni, che per fortuna non abbiamo fatto noi. Fu in un ufficio a Roma, con i capi di Medusa, mentre andava in onda il Tg5 con la nostra presentazione. Dissero: facciamo una previsione, e scrissero delle cifre. Era il momento di Aldo, Giovanni e Giacomo, che facevano grandi incassi, e quindi i sei miliardi che più o meno abbiamo incassato sembravano una schifezza.

Eppure era un film che ha anticipato di qualche anno Ready Player One: la storia è molto simile. Ricordo che ero all’anteprima al Fiamma, a Roma. Ha anticipato anche una trovata che Francis Ford Coppola ha avuto un paio d’anni fa a Cannes, far interagire con lo schermo una persona presente fisicamente in sala.

Gialappa’s Band: È vero, lo facemmo solo in alcune proiezioni. Per come sono attrezzati oggi i cinema, alcuni errori del film, che probabilmente abbiamo anche pagato, adesso non ci sarebbero. Martedì abbiamo viso L'assurda storia della Gialappa's Band a Roma e l’audio, che è fondamentale, era perfetto. All’epoca, con Tutti gli uomini del deficiente, anche quell’interazione era complicata. Peraltro quell’idea non è andata benissimo neanche a Coppola, anzi a lui è andata peggio, a occhio, e ci ha messo i soldi lui.

Nel film non si parla di Mai dire Grande Fratello e del vostro rapporto anche con Sanremo?

Gialappa’s Band: Nel film no, ma più avanti uscirà una serie più lunga. A Sanremo abbiamo fatto succedere un bel po’ di cose: Nino D’Angelo, Cammariere, i Negrita con gli adesivi , Luciana Littizzetto, e nel finale del film Sting e Olmo insieme. Il Fantasanremo l’abbiamo in qualche modo iniziato noi, ma per cazzoneria, non con l’idea di farne il Fantasanremo.

Tra le cose che avete anticipato c’è anche l’uso, da parte dei media tradizionali, di piattaforme come Twitch.

Gialappa’s Band: Non l’abbiamo anticipato, ma a un certo punto ci è sembrato un buon mezzo per fare le cose che sappiamo fare. Per esempio, le reaction non sapevamo che si chiamassero così: è quello che facciamo da trent’anni.

Avete ancora voglia di inventare ed esplorare, quale potrebbe essere la vostra prossima esplorazione?

Gialappa’s Band: Intanto continuiamo a lavorare. Il documentario sembra un po’ fatto su tre che sono morti. È un omaggio che ci fa molto piacere e che abbiamo vissuto con un po’ di pudore, ma non abbiamo smesso e ci mettiamo energie nuove. Per la prima volta conduciamo un programma in video: sono tre puntate che escono domani su Prime Video, un’edizione speciale di LOL che si chiama LOL Halloween, un po’ diversa dalle altre, e i conduttori siamo noi, in video per la prima e ultima volta. Quanto a cosa inventeremo ancora, non lo sappiamo e non te lo diremmo comunque. Molte delle cose di cui parlavamo, come questo docufilm, sono nate così: vengono delle idee, vai avanti e le fai. Non c’è niente di programmato, quindi non abbiamo programmato la prossima follia.

Ultima domanda a Walter Veltroni: com’è stato fare il Gialappo, mettersi fuori campo e usare la voce come la usano loro, soprattutto quando si tratta del Mago Forest?

Walter Veltroni: Posso far finta che sia la prima volta, ma non è così: in tutti i documentari che ho fatto ho sempre usato questo meccanismo, non mi si è mai visto.

Pensavo però al tono ironico con cui interagiva con loro.

Walter Veltroni: Per forza, è la sopravvivenza! Non potevi usare un tono severo, o stavi al gioco o eri spacciato. Ci siamo molto divertiti, e si è divertita anche la troupe. Intervistare Aldo, Giovanni e Giacomo, far incontrare Paola Cortellesi e Fabio De Luigi, fare le riprese con il Mago Forest è un privilegio. Far ridere in generale è una cosa talmente rara, strana e particolare in questo momento che, se ci siamo riusciti, lo capiremo da stasera. Siamo tutti molto contenti.

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