Il Prigioniero, Alejandro Amenábar: “È un film d’avventura, una storia d’amore, un dramma carcerario”
Il famoso regista racconta il suo film su Miguel de Cervantes. Nel cast Alessandro Borghi: “Come si fa a capire cosa piace al pubblico?”
C’è una sorta di Sindrome di Stoccolma, un misto di attrazione, intesa, amore e diffidenza, che si sviluppa a un certo punto de Il Prigioniero, il nuovo film di Alejandro Amenabar che è arrivato al cinema dopo essere stato presentato ai Festival di Toronto e di Torino. È l’attrazione e la complicità che si sviluppa tra un prigioniero molto particolare, Miguel de Cervantes, che diventerà il grande scrittore autore di Don Chisciotte della Mancia, e Hasan, che è il suo carceriere, el baja di Algeri, dove Cervantes è tenuto in carcere dopo essere stato catturato in battaglia. Ed è stata un’attrazione fortissima, fin da subito, quella tra il regista Alejandro Amenábar, uno che di attori se ne intende, e il nostro Alessandro Borghi, scelto per la parte di Hasan, el baja, che interpreta in modo magnetico, lascivo, intrigante. “Lo avevo visto ne Le otto montagne e mi era piaciuto molto il suo lavoro” spiega il regista che abbiamo incontrato a Roma qualche giorno fa.
“Il produttore italiano mi aveva suggerito la necessità di avere un attore molto potente e talentuoso in quel ruolo. Alessandro è stata la nostra prima scelta. A volte capita il miracolo che la prima scelta ti dica di sì. Gli ho mandato la sceneggiatura in inglese, accompagnata da una lettera”. “Il motivo per cui ho fatto questo film è a Amenábar” fa eco l’attore. “Non conoscevo la storia di Cervantes, non avevo mai parlato una parola di spagnolo. Ci siamo sentiti la prima volta più di un anno prima di iniziare le riprese. Poi è arrivato Julio Pena e si è creato un trittico magico in cui ognuno si sentiva al sicuro. È la storia di un personaggio famosissimo in Spagna, e meno in Italia, conosciamo le sue opere la sua vita no”.Un film d’avventura, una storia d’amore, un dramma carcerario
Sì, tutti conosciamo la storia di Don Chisciotte della Mancia, ma in pochi conosciamo quella dell’artista che gli ha dato vita, Miguel de Cervantes, che è avventurosa quasi quanto il suo noto romanzo. È l’unica storia che Cervantes non ha mai raccontato. E il film di Alejandro Amenábar è qui proprio per raccontarcela. È una storia che ha dentro tutto. “È un film d’avventura, una storia d’amore, un dramma carcerario” racconta l’autore. “Quando scrivo penso allo spettatore che è in sala e queste cose le voglio mettere tutte”.
Ed è proprio questa dimensione di spettacolo per lo spettatore, di racconto, che ha conquistato Alessandro Borghi. “Sono rimasto molto sospeso da questa sua dimensione di fiaba per adulti” confessa l’attore. “È stato come riconoscere, ritrovare un codice che seguivo quando ero più giovane. C’è il cinema nella sua essenza più pura, che ti dice: mettiti a sedere e ti racconto una storia”.Il corpo, la libertà sessuale e la relatività del tempo
Come si può immaginare, Il Prigioniero è un film che ha a che fare con il corpo, con la libertà sessuale che si viveva a quel tempo in Algeri. “Questo era uno degli elementi che mi hanno attratto quando ho iniziato a fare ricerche in questo film” rivela il regista. “Quando Cervants esce e cammina per le strade di Algeri va fuori di testa.
Abbiamo cercato di ricostruire quello che accadeva. Per un uomo come lui che veniva dalla Castiglia oscurantista di quegli anni camminare per le strade di Algeri era come vedere una sorta di gay parade. Una delle cose interessanti del film è la relatività del tempo. Quello che vediamo ad Algeri forse oggi è possibile vederlo a Madrid, ma non certo ad Algeri”.
Guardare il passato per capire il presente
Guardare una storia che vive sul Mediterraneo, pensare a navi che partono e arrivano a persone in continuo transito non può non far pensare al Mediterraneo di oggi. Amenabar non coglie appieno la domanda, o forse non ne vuole parlare direttamente. Ma nella sua risposta c’è una riflessione interessante. “Per me guardare il passato è una maniera per capire il presente e proiettarsi verso il futuro” ragiona. “Mare dentro era basato su un fatto reale, su un tema come l’eutanasia, e mi è servito a riflettere su quello che sarebbe potuto succedere dopo. Agorà è una storia di duemila anni fa, quando l’ho girato sentivo che ci stavamo avvicinando a un cambiamento.
L’assalto a Capitol Hill mi ha ricordato l’assalto alla biblioteca di Alessandria che si vede nel film”. “Una cosa che rende Cervantes attuale e immortale è la sua capacità di capire gli altri, di avere empatia” continua. “È andato in Italia e poi è entrato in contatto con la società araba che gli ha aperto il mondo e ha fatto di lui una persona più tollerante”
L’immaginazione come fuga dalla realtà
Come vi abbiamo raccontato nella recensione de Il Prigioniero, è una storia che parla dell’arte di raccontare, ci creare le storia. E di immaginazione come possibile, e forse unica, via di fuga della realtà mezzo per cambiare la realtà. “Le cose lì fuori non stanno andando benissimo” commenta Alessandro Borghi. “Ognuno di noi si deve aggrappare all’immaginazione. In questo periodo ho la fortuna di avere un ‘nano’ di tre anni che è diventata la trasformazione dall’energia brutta a quella buona. È lui che mi porta verso l’infinito e oltre”. È inevitabile che, con un personaggio con l’umanità di Alessandro Borghi, la discussione si sposti verso il personale e verso le storie che hanno formato la sua immaginazione. “Ricordo ancora quando ho visto E.T. per la prima volta” confessa l’attore.
“La sensazione di paura, di felicità, la fortuna di provare una gamma di emozioni è stato per me un regalo divino. E poi I Goonies, Hook, Toy Story. Tutte quelle storie che mi permettono di vedere che il bambino che è uscito dal cinema è diverso da quello che è entrato”. “Ho cominciato ad amare il cinema da ragazzo: mio padre non mi portava al cinema e lo vedevo in tv” racconta invece Amenábar. “I primi film sono stati i film di Hollywood. Nel mio primo film, Tesis, ho cercato gli elementi del cinema di genere horror per portarli in una dimensione più realistica, spagnola. Da ragazzino ho visto tante cose, le ho fatte mie e fluiscono ogni volta che lavoro a un mio film”.
Alessandro Borghi: “Sono alle ricerca di sensazioni vecchie che non so replicare”
A proposito di domande personali, è interessante sapere che cosa pensi Alessandro Borghi del momento che sta vivendo la sua carriera. La risposta non è così scontata come si potrebbe pensare. “Mi sembra di essere alla ricerca di sensazioni vecchie che credo di non saper replicare”, confessa l’attore. “Chiedo tanto a questo lavoro visto che do tanto. Ci sono cose della gestione del set che non mi piacciono più: la gente che stilla, che parla. La gente che risponde male a qualcun altro”. “Ho anche problemi a capire se stiamo facendo questa cosa per noi, per il pubblico, o per chi? Come si fa a capire cosa piace al pubblico? Io dico: proviamo a farlo bene, così al pubblico piace.
La sensazione che ho provato facendo Le otto montagne non l’ho più provata. Mi fa arrabbiare che fai un film che va a Cannes e poi esce in 13 copie e guadagna 200mila euro (il riferimento è a Testa o croce?, ndr). E ci chiediamo di chi è la colpa. E mi spiace essere quello che non dà la soluzione. Mi spiace vedere che la gente non ama più andare al cinema. Il momento della mia carriera è di molte domande e di poche risposte”.