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La Gabianella e il Gatto torna in versione restaurata: Enzo d'Alò racconta la sua opera (e il suo futuro)

Presentata in anteprima al Giffoni Film Festival, La Gabianella e il Gatto sarà disponibile su Mediaset Infinity dal 20 Luglio. Il regista della grande opera animata italiana racconta il suo ritorno, tra il senso della creatività e progetti futuri.

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Mediaset Infinity rinnova il proprio impegno nella valorizzazione del patrimonio cinematografico italiano presentando il restauro de “La gabbianella e il gatto”, il capolavoro campione d’incassi diretto da Enzo d’Alò che, a quasi trent'anni dalla sua uscita, continua a emozionare spettatori di ogni età con la forza senza tempo del suo racconto. Realizzato dai laboratori specializzati Cine Lab Services di Roma, il restauro restituisce al film la luminosità, la ricchezza dei colori e la qualità visiva della versione originale. Dal 20 luglio sarà disponibile su Mediaset Infinity.

Presentato in anteprima il 19 luglio al Giffoni Film Festival, nella sezione Elements +3, alla presenza del regista, il racconto tratto dall'opera di Luis Sepúlveda resta ancora profondamente attuale per il modo in cui affronta temi all'apparenza complessi con un linguaggio, quello dell'animazione, perfetto per elaborare dialoghi diretti con lo spettatore (anche quando si tratta dei più piccoli). Un'opera che rappresenta valori imprescindibili e di cui abbiamo parlato direttamente con il regista.

"È come ritrovare un vecchio amico e scoprire che ha ancora moltissimo da raccontarci”.

È un grande piacere poter parlare di quest'opera. Giusto partire dalla riedizione del film e dal suo ritorno in questa nuova veste: sono passati quasi trent'anni dall'uscita originale, perché riproporlo oggi al pubblico?

Non ho mai considerato questo film un reperto archeologico. Purtroppo, i temi che affronta sono ancora attualissimi. L'inquinamento, l'esaurimento delle risorse, il rispetto per chi è diverso e per chi ha bisogno di aiuto sono questioni che continuano a riguardarci da vicino. Persino il finale racconta qualcosa che va oltre la vicenda della gabbianella: parla del distacco, della crescita, di chi lascia la propria famiglia per affrontare il mondo. Sono esperienze universali che molte persone continuano a vivere.

Per questo il film meritava di tornare sul grande schermo. Il restauro digitale ci ha permesso di valorizzarlo ulteriormente: i colori sono più puliti, la definizione è migliore e l'immagine ha acquistato nuova profondità. Non abbiamo stravolto nulla: abbiamo semplicemente restituito al film la qualità che merita.

Uno degli aspetti che colpiscono maggiormente è proprio la contemporaneità dei temi. Specie in un clima come quello che viviamo oggi, dove forse si è persa quella sensibilità che ci permetteva di cogliere davvero la bellezza del sottile. Secondo lei c'è una differenza di percezione rispetto al tempo dell'uscita del film?

Più che di una diversa sensibilità, parlerei di un progressivo impoverimento culturale. Sempre più persone faticano a decodificare i messaggi e le metafore. Noi italiani abbiamo sempre avuto una tradizione fatta di sottintesi, doppi significati, sfumature. Spesso diciamo una cosa e ne intendiamo un'altra, confidando nella capacità dell'interlocutore di coglierne il senso profondo. Oggi questa capacità sembra indebolirsi.

Così può accadere che uno spettatore si commuova per la sorte della gabbiana e del pulcino rimasto orfano senza cogliere il significato simbolico che si cela dietro quei personaggi. Dietro il pulcino può esserci il racconto dell'immigrazione, dietro la gabbiana vittima del petrolio il dramma di chi subisce le conseguenze dell'inquinamento. Questa, secondo me, è una delle grandi sfide del nostro tempo.

Quindi il problema è soprattutto culturale?

Assolutamente sì. Oggi si parla molto di sicurezza e di repressione, ma troppo poco di prevenzione. La vera prevenzione consiste nel costruire una formazione culturale e civile che accompagni una persona fin dall'infanzia. La scuola dovrebbe insegnare non solo nozioni, ma anche cosa significhi vivere in una comunità, comprendere gli altri, assumersi responsabilità. Ho l'impressione che il mondo abbia bisogno di una vera ricostruzione culturale.

Questo discorso si collega inevitabilmente anche al cinema.

Certamente. In Italia vedo un sistema che produce pochissimi film destinati davvero ai più giovani. Si realizzano molti film d'autore e molte commedie, ma raramente opere che parlino alle nuove generazioni senza banalizzarle. Film come La gabbianella e il gatto sono importanti perché riescono a coinvolgere contemporaneamente ragazzi e adulti.

Quando vedo un pubblico che si identifica nei personaggi, anche se si tratta di animali o figure animate, capisco che il film sta funzionando. Le persone si emozionano perché riconoscono sullo schermo qualcosa che appartiene alla loro esperienza. Questa capacità di creare empatia non dovrebbe mai andare perduta.

Recentemente Guillermo del Toro ha definito l'animazione un linguaggio e non un genere. Una definizione che sembra adattarsi perfettamente a opere come la sua. Spesso però l'animazione continua a essere considerata semplicemente "roba per bambini".

Quando qualcuno dice "roba per bambini", non sta soltanto sminuendo il film: sta sminuendo anche i bambini. I bambini sono esseri pensanti, spesso più curiosi e ricettivi degli adulti. Considerare le opere rivolte a loro come prodotti minori significa compiere un doppio errore.

Questo evento permette di riscoprire non solo le potenzialità dell'animazione come linguaggio espressivo, ma anche uno stile visivo che oggi si vede sempre meno. Viviamo in un'epoca dominata dalla computer grafica tridimensionale, che sembra aver conquistato quasi completamente il mercato. C'è un elemento stilistico che, secondo lei, rende ancora oggi il film così efficace?

Credo che il segreto sia la semplicità. Quando lavoravamo al film, la nostra preoccupazione principale era essere chiari e accessibili. Non perché la semplicità sia destinata ai bambini, ma perché è ciò che permette di raggiungere tutti. I concetti devono essere comprensibili affinché il pubblico possa entrare immediatamente nella storia, emozionarsi e sentirsi parte dell'universo che stai raccontando. Se devo indicare una ragione per cui il film continua a funzionare, probabilmente è questa.

Prima di salutarci, ha detto anche di essere al lavoro su progetti parecchio interessanti. Ci dica qualcosa in più.

Con piacere. Ho scritto insieme a Giacomo Scarpelli, figlio del grande Furio Scarpelli, un romanzo intitolato Oceani di carta. Il libro racconta le ultime settimane di vita di Emilio Salgari, ma non in modo documentaristico. Ci interessava raccontare soprattutto il potere dell'immaginazione. Salgari non visitò mai molti dei luoghi che descriveva nei suoi romanzi, eppure riuscì a costruire mondi straordinari grazie alla forza della fantasia e della documentazione. È una figura che dimostra come l'immaginazione possa essere più potente della realtà stessa.

Il libro è uscito da pochi mesi e stiamo portandolo in giro per presentazioni e incontri con il pubblico. Mi piace particolarmente perché speriamo possa diventare anche la base per un futuro film.

È un progetto davvero affascinante e, in fondo, torna a uno dei temi centrali di tutta questa conversazione: il potere delle storie.

Esattamente. In un modo o nell'altro, tutti lavoriamo con l'immaginazione.

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