Nouvelle Vague: intervista a Guillaume Marbeck
Guillaume Marbeck racconta la sfida di interpretare Jean-Luc Godard in Nouvelle Vague: tra paura, studio maniacale e libertà creativa, il ritratto intimo di un’icona che ha cambiato per sempre il cinema.
A pochi passi dall’Arco di Trionfo, Guillaume Marbeck entra in una suite con gli occhiali da sole. Un tratto distintivo, il suo, che gli è rimasto cucito addosso da quando ha interpretato Jean-Luc Godard nel gioiellino di Richard Linklater, Nouvelle Vague (in sala dal 5 marzo dopo l’anteprima al Festival di Cannes). All’evento Unifrance Rendez-Vous di Parigi si presenta con disinvoltura e quel mix di mistero e carisma che ha reso il cineasta celebre nel mondo.
Nella pellicola, in bianco e nero, il pubblico viene traghettato nella Capitale francese a fine Anni Cinquanta, dove il giovane critico cinematografico Godard prova a esordire al cinema in uno scenario ricco di nuovi stimoli grazie a nomi del calibro di Truffaut e Rossellini. Il suo primo film, Fino all’ultimo respiro, con Jean Seberg e Jean-Paul Belmondo, vive una genesi lunga e complessa, ma alla fine viene considerato una sorta di manifesto per la Nouvelle Vague, per lo stile e per la narrazione.Lo ha raccontato il 32enne interprete proprio nell’hotel a due passi dagli Champs-Elysées, dove ha girato il progetto.
Come si fa a seguire le orme di un regista così leggendario?
È stato terrificante all’inizio, perché dovevo vestire i panni di una vera e propria icona. Mi ha permesso di mettermi alla prova: non essendo Godard più tra noi, non avevo la possibilità di sapere se avessi fatto o meno un buon lavoro. Quindi sì, avevo una paura folle. Ho fatto del mio meglio, guardando le sue interviste e attingendo ai materiali a disposizione, alle biografie e ai cameo nei cortometraggi dei suoi amici, per capire chi fosse a quell’età. E ho interrotto le mie ricerche al 1959 perché, come lui, non volevo sapere cosa sarebbe successo dopo.
Quali sono le qualità umane che ha scoperto di lui?
Godard aveva pochi amici, ma mi sarebbe piaciuto moltissimo conoscerlo dal vivo, parlargli e capire meglio la sua visione del cinema. In un mondo sempre più proiettato verso l’intelligenza artificiale, avrei voluto sapere se avesse dei rimpianti. Forse, guardando l’attualità, avrebbe voluto vivere ai nostri tempi, per avere più strumenti per fare il suo lavoro. So che ha sempre amato le nuove tecnologie e ogni volta che gli si presentava l’occasione voleva assolutamente provarla per i suoi progetti. Anche se a un certo punto della sua vita ha pensato che il cinema fosse morto…
Ha scoperto qualche dettaglio che l’ha sorpresa in maniera particolare?
Il fatto che avesse fratelli e sorelle, che avesse una famiglia. Non so perché si dia per scontato che Godard fosse solo, ma non lo era. Aveva perso la madre da giovane, sui vent’anni, quando un giorno stava pedalando in bicicletta già per una collina ed è stata investita da una macchina. Lui non ha neppure avuto la possibilità di dirle addio, il che ha accentuato le distanze che metteva tra sé e il mondo. Mi sono chiesto se per il film non avrebbe scelto un lieto fine se la sua vita non avesse avuto quella perdita e se all’epoca non avesse saputo se la sua ragazza sarebbe tornata con lui o meno.
In un momento del film Godard dice che la vita è breve ma l’arte è duratura. Che effetto le fa sapere che il suo lavoro rimarrà per sempre impresso nella mente del pubblico?
Questo è un pensiero che fa paura ma fin da piccolo ho sempre voluto fare qualcosa che avesse un senso e che potesse rimanere, pur sapendo comunque che la specie umana è destinata a estinguersi e con essa tutto quello che ha rappresentato. L’idea è quella di lasciare a prescindere alle nuove generazioni un mondo migliore di come lo abbiamo trovato, per quel poco che ci è concesso di fare.
Ci sono degli aspetti predominanti della personalità di Godard che ha voluto esplorare?
Per me è stato come interpretare un supereroe. Nel suo caso, il tratto distintivo erano gli occhiali da sole sempre e comunque. D’altronde se sei Superman hai una S sul petto, se sei Spiderman indossi una maschera. Per Godard gli occhiali facevano parte delle sue caratteristiche, come la sigaretta in mano, una giacca cool, la cravatta e i capelli in un certo modo. Per la cronaca, dovevo tagliarli ogni mattina. E comunque recitare senza mostrare gli occhi perché schermati dalle lenti non è stato facile, dovevo mettere le emozioni altrove, sui movimenti, ad esempio, sempre netti come forbici.
Come ha lavorato sull’accento?
Non solo dovevo ricreare le inflessioni di quegli anni ma anche aggiungere la cadenza svizzera che aveva lui. La lingua è in continua evoluzione e non è la stessa di quell’epoca, neppure nel suono. Ci ho lavorato molto, molto a lungo – credo per sei mesi – finché non mi è venuto tutto naturale. Comunque abbiamo provato ogni scena prima in inglese e poi in francese per essere totalmente sicuri di non perderci qualcosa nella traduzione.
Com’è andata la collaborazione con Linklater?
Il fatto che Linklater non abbia un approccio ossequioso verso Godard ha aiutato. Un po’ come quando in famiglia hai qualche situazione irrisolta con tuo padre e cerchi di ricrearla poi da adulto. Un punto di vista esterno e meno coinvolto ha di sicuro giovato, con una prospettiva americana sulla new wave francese. È stata esaltante l’idea che fino alla sua generazione gli artisti fossero in grado di guardare tutti i film in circolazione, qualcosa che oggi sarebbe impossibile.
Godard è stato un critico prima che un cineasta. Lei che rapporto ha con la stampa e le critiche?
Quando vedo un film mi piace dagli un punteggio su una scala da 0 a 10. Al tempo stesso ho un po’ di paura delle recensioni, so che i critici hanno bisogno di digerire ed elaborare un progetto e non solo guardarlo, cercando di percorrere i tempi e capire se lascerà o meno un segno.