Oasis, il regista Jannis Lenz: "La violenza è già normalizzata, per questo dobbiamo parlarne"
Abbiamo intervistato il regista di Oase, presentato nella sezione Orizzonti della Mostra del Cinema di Venezia numero 83. Un film su corpi, identità e violenza giovanile.
Presentato in anteprima mondiale nella sezione Orizzonti della 83ª Mostra del Cinema di Venezia, Oasis è il nuovo film d’esordio del regista tedesco Jannis Lenz, al suo primo lungometraggio dopo un percorso che lo ha visto assistente di Michael Hanek e dopo una serie di cortometraggi (Wannabe e Soldat Ahmet) già incentrati su corpi e violenza giovanile. Con Oasis Lenz torna in Germania, nel luogo della propria infanzia, per raccontare una storia di tre ragazzi ai margini di una scuola che trovano rifugio in un bosco dopo un’ondata di violenza scatenata in seguito a un video online. Lo abbiamo incontrato la mattina dopo la première per fargli qualche domanda.
Come ti senti a essere qui a Venezia?
È stata un'esperienza magica condividere questo film con il team e con gli attori: penso sia stato un momento molto emozionante per tutti noi. Abbiamo festeggiato dopo la proiezione, sono ancora un po' stanco, ma molto felice.
Da dove nasce l'idea principale del film?
Ci sono diverse cose all'origine. Per me è iniziato quando sono tornato dall'Austria in Germania per ragioni familiari, in quell'area dove sono cresciuto. Dopo tanti anni vissuti in una grande città, ho passato molto tempo nella natura, giocavo in quel bosco da bambino, e ora ci sono tornato con i miei figli. Mio figlio va già a scuola. Mi sono tornate in mente alcune cose: avevo due prospettive, quella dei miei ricordi personali, ma anche quella nuova, di padre. E ho visto la distanza tra le generazioni, e ho cercato di colmarla.
Hai girato il film nella scuola che frequentavi da bambino, e ora hai un figlio che frequenta quella stessa scuola. Cosa significa per te questo?
Sì, esatto. Non l'ho forzato, ma è stato chiaro fin da subito che volevo girarlo in quell'area dove sono cresciuto, alla fine si è rivelato il posto migliore per farlo. Non è stata una sensazione di dovere, semplicemente era il luogo giusto. Ed è stata ovviamente un'esperienza speciale per me: essere lì, avere questi diversi strati di ricordi personali, pensare a mio figlio che si trova in quello stesso posto, e come regista cercare di portare tutto questo dentro il film. È anche di questo che il film parla: di questi strati diversi. La cosa importante è che i ragazzi non sono giovani per sempre, anche gli adulti sono stati alunni, sono passati dalla stessa scuola, si sono trovati nella stessa situazione, ma se lo dimenticano. Cercano di risolvere i problemi da adulti, dimenticando di essere stati, loro stessi, in quella stessa condizione.
Mi è piaciuta molto la regia, in particolare la scelta di girare in sottrazione rispetto a un accesso più diretto alla storia e ai personaggi.
Non mi interessa raccontare le cose ovvie, quelle che si vedono subito e poi si ricostruiscono. Mi interessa concentrarmi su quello che non vediamo nella vita quotidiana, ed è esattamente lì che succede la violenza. Le diverse forme di violenza sono già normalizzate: siamo abituati a guardare video di mobbing e bullismo, non è nulla di nuovo per noi, e penso sia davvero terribile che ci siamo assuefatti a questo genere di cose. Volevo mostrare proprio questa normalizzazione. Quando le persone guardano il film pensano di conoscere già quello che vedono. Ed è esattamente per questo che dobbiamo parlarne.
Mi ha colpito anche la scena in cui i tre protagonisti si toccano le ferite a vicenda. Vuoi raccontarci qualcosa di questo momento?
Sì, è un modo in cui elaborano il loro dolore e l'umiliazione che vivono nella vita di tutti i giorni. Ma dall'altro lato è anche qualcosa di sperimentale, dentro quel tipo di spazio sicuro, e anche un modo per sentirsi. Perché la cosa importante per questa generazione è che vengono sempre guardati: ovunque c'è un cellulare pronto a filmare, ma non si sentono visti come esseri umani, come le persone che sono davvero. Questo era un aspetto. Poi c'è stato un terzo livello: cercavano di capire quanto potessero sopportare, perché avevano addosso tanto dolore, tanta violenza, che cercavano, anche se forse non lo volevano consapevolmente, di diventare più duri, di costruirsi una resistenza contro tutto il dolore che si avvicinava a loro.
Come hai lavorato con i tuoi attori?
Abbiamo avuto molto tempo a disposizione, per conoscerci a vicenda, parlare del film, discutere le scene, costruire una base teorica comune, e da lì siamo passati alle riprese. In questo caso è stato molto importante avere un coordinatore di intimità, per lavorare su quelle scene più delicate, e anche per dare agli attori l'opportunità di portare sé stessi dentro al film. Per esempio, nel film il materiale è stato filmato anche da loro. Non tutto è stato girato in quel modo pianificato, a volte, durante una pausa, uscivano nel bosco e filmavano da soli.