Orlando Cinque: La recitazione è far passare una vita da uno sguardo

Colonnello Labaro per Sorrentino e ora in tv con Vanina, l'attore in corsa per il David di Donatello racconta il suo rapporto col regista napoletano e la sua idea di recitazione

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La sua interpretazione del colonnello Labaro in La grazia di Paolo Sorrentino gli è valsa la candidatura ai David di Donatello come miglior attore non protagonista: il riconoscimento non solo a una prova fatta di dignità e misura, ma anche a un talento che Orlando Cinque ha coltivato in anni di teatro, di lavoro tra televisione, palchi e cinema, cercando sempre di imparare e migliorare. Ora è in onda su Canale 5 con Vanina, serie in cui interpreta “il grande capo” Tito Macchia e noi gli abbiamo fatto qualche domanda.

Comincio dalla domanda più semplice, visto il successo di La grazia: com’è andato il lavoro con Paolo Sorrentino, che è forse il miglior regista di attori oggi?

Paolo è il mio regista preferito, quindi lavorare con lui è stato il raggiungimento di un sogno. Ovviamente, ho fatto il percorso canonico di provini e colloqui, ma poi quando sono stato preso, mi ha dato una sceneggiatura che in realtà era un romanzo, e che analizzava i personaggi in modo molto approfondito, molto più di quanto poi non sembri sullo schermo. È stata un’immersione nel suo mondo e così, lavorando insieme su questa analisi abbiamo costruito un recinto dentro cui muoversi, i cui confini erano sì rigidi, ma dentro al quale potevo dar voce al colonnello. Dopo, Paolo taglia molto, è una cosa risaputa, del personaggio tiene solo l’essenziale che poi, e questa è la cosa bella, sta nello scarto tra il suo sguardo e la capacità che mi ha lasciato nell’immaginarlo.

Ti sei formato soprattutto in teatro, ma in La grazia hai una recitazione mimica, in sottrazione, che è molto cinematografica.

Non credo che siano due modi diversi di recitare, a teatro o per uno schermo, l’unica differenza sta nei tempi di lavorazione e nei modi di adeguarsi al lavoro. Il teatro richiede più tempo, può permettersi più tempo, il cinema e soprattutto la tv hanno bisogno, invece, di una maggiore capacità di adattamento da parte dell’attore.

Sorrentino è il regista tecnico per eccellenza, criticato anche per questo, che rapporto hai con la tecnica recitativa?

Penso che la tecnica sia molto importante perché serve la storia e ciò che si vuole trasmettere, anche come attore. Non esiste una tecnica fredda, fine a sé stessa, anche la dizione, per esempio, serve a esprimere determinati lati dei personaggi. Nel caso di Labaro, è stato un lavoro per me importantissimo perché mi ha permesso di lavorare con un mio idolo, di vedere il suo modo di agire sul set e mi ha consentito di operare in un modo diverso dal solito: la crescita del mio personaggio è legata a quella del presidente interpretato da Servillo, le questioni etiche, morali e politiche che affronta devono aderire anche in me, nonostante io non intervenga direttamente in merito, e anche questa è questione di tecnica. Tra De Santis e Labaro si crea un rapporto quasi genitoriale, in cui la vita passa dentro un piccolo gesto o uno sguardo.

Pensi che il riconoscimento del pubblico, della critica e dei premi possa essere un trampolino di lancio?

Non lo so. Certo, sentire le persone che mi fanno i complimenti, o certi commenti da parte di addetti ai lavori è bellissimo e mi fa felice, ma è un po’ come se fossi capitato in un momento non proprio favorevole, perché il cinema in Italia oggi, per via delle nuovi leggi e regole del settore, è un mare in tempesta. I film e le produzioni scompaiono, il lavoro è assente, non più precario, e ciò che è peggio, non si capiscono i criteri con cui vengono scelti o meno i progetti da finanziare. Resto in ogni caso un idealista che continua a credere nel proprio lavoro, spero che facendolo al meglio, le cose vengano da sé.

Hai già lavorato con il tuo regista preferito, ma se dovessi toglierti un’altra soddisfazione, con chi ti piacerebbe lavorare adesso?

In questo momento, ti dico Joachim Trier (il regista di Sentimental value, N.d.A.) perché incarna la stessa idea di arte che ho io, che costruisce strade di cura, che apre spiragli di luce sull’invisibile. In generale, ho voglia di interpretare una persona comune, di raccontare una vita semplice, perché oggi, tornare a ritrarre persone e vite così, in un periodo in cui a contare sembrano solo i ricchi o le persone straordinarie, credo sia molto importante

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