Prima della guerra: intervista a Tommaso Usberti, Piero Usberti e Luàna Bajrami
Abbiamo intervistato il regista e gli interpreti di Prima Della Guerra, presentato alla Settimana Internazionale della Critica dell’83sima Mostra del Cinema di Venezia.
Prima della guerra è l'esordio nel lungometraggio di Tommaso Usberti, regista e sceneggiatore italo-francese che nel 2017 si era già fatto notare alla Cinéfondation di Cannes, arrivando terzo con il corto Deux égarés sont morts. Il film, presentato alla Settimana Internazionale della Critica di Venezia 2026, segue Guido, poco più di vent'anni, cresciuto in una piccola cittadina del Nord Italia dove si è guadagnato il rispetto dei coetanei con la violenza tipica di un ambiente razzista e misogino. Quando incontra Sonia, giovane immigrata kosovara, quell'equilibrio comincia a incrinarsi.
Abbiamo incontrato il regista Tommaso e gli interpreti Piero e Luàna per parlare di provincia, corpo e maschilità.
Tommaso, sono passati cinque anni dal tuo ultimo progetto, il corto Un ragazzo violento. Come è maturato questo film?
TOMMASO USBERTI: Il punto di partenza è la regione della famiglia di mio papà, dove passavo le estati da bambino. Ora viviamo in Francia ma torniamo regolarmente in Italia, a Piadena. Il film nasce da quello che ho visto in quella regione, che condensa i conflitti e le contraddizioni del mondo di oggi: il razzismo, il maschilismo, i rapporti tra gente del posto e stranieri, ma anche la violenza sugli animali.
Tipo?
TOMMASO USBERTI: il razzismo, il maschilismo, i rapporti tra gente del posto e stranieri, ma anche la violenza sugli animali. Oltre ad essere un territorio ricco economicamente è anche una delle zone in cui il fascismo è nato e ora ci sono rigurgiti di quegli anni. Si parla anche di mancata accoglienza degli stranieri. Piadena si è svuotata di italiani negli anni, e oggi è abitata in gran parte da stranieri. Cambia in fretta: le comunità aprono i loro negozi, un paese piccolo si trasforma velocemente, le culture si mescolano. Alla fine diventa anche il manifesto di un'Italia che sta cambiando, che è in movimento.
Piero, com'è stato lavorare insieme a tuo fratello?
PIERO USBERTI: È il terzo lavoro che facciamo insieme. Abbiamo sempre lavorato assieme, ed è una cosa che ci portiamo dietro da quando recitavamo per gioco da piccoli. Ma questo è il primo lavoro davvero impegnativo. Abbiamo costruito il personaggio partendo dalle sue contraddizioni. Guido si è costruito una corazza ben visibile di violenza, fatta di codici maschili insegnati da altri uomini, con cui cerca di nascondere la sua vera natura. Il film lo prende in momenti diversi della sua vita, fino all'incontro con Sonia, che comincia a mostrargli quello che è davvero. Tutto quello che lui cerca di nascondere inizia a ribollire, fino a quell'incontro. Far emergere questa ambiguità non era semplice: a una prima lettura è un personaggio difficile da amare, uno che respinge, e non entriamo in contatto con lui attraverso il suo malessere.
Come avete lavorato sul personaggio?
PIERO USBERTI: Molto sulla storia del personaggio, e poi su improvvisazioni fisiche. Un lavoro molto teatrale, molto fisico, per capire come esprimere la complessità che lo abita. Una cosa importante era trovare il suo lato bambino: è un uomo che cerca di dominare gli altri uomini, ma si è costruito come tale nascondendo qualcosa di infantile che Sonia riesce a percepire. Lei vede in lui qualcosa di più nascosto.
Luàna, cosa ti ha colpito del personaggio di Sonia?
LUANA BAJIRAMI: Il primo aspetto è che lei si sente "presa" in quel luogo, e che vede in Guido qualcosa in cui si riconosce, qualcosa di speciale. Come ha detto Piero, è attratta dal paradosso del suo comportamento, insieme infantile e super mascolino: è come se sentissero che possono capirsi solo loro due, e questa è stata la prima cosa che ho colto. Lei, come lui, non allo stesso modo, ma come lui, è super violentata dalla vita e sta sognando qualcosa di diverso. Poi ovviamente c'era la voglia di lavorare di nuovo con Tommaso e Piero: dopo Deux égarés sont morts sapevamo che avremmo voluto rifarlo per un lungometraggio.