Radici, Massimo Martellotta racconta le musiche della docuserie su De Rossi: “Mi fido sempre dell’istinto”
In Radici, presentata alla Festa del Cinema di Roma 2026 e prossimamente su Sky e NOW, Daniele De Rossi torna dove tutto è cominciato: sui campi dell’Ostiamare. Abbiamo intervistato l’autore delle musiche: Massimo Martellotta.
Radici, la docuserie diretta da Nicola Rovera Rafele e presentata nella sezione Freestyle della Festa del Cinema di Roma, segue la prima stagione dell’Ostiamare, il club in cui Daniele De Rossi, ex centrocampista e capitano della Roma, ha iniziato a giocare da bambino e che oggi ha rilevato per rilanciarlo. Sotto l’etichetta FM Records, a dare voce a questo ritorno è Massimo Martellotta, polistrumentista che ha firmato, tra le altre, le colonne sonore di Finalmente l’alba di Saverio Costanzo e del documentario Italia 1982 – Una storia azzurra. Dopo aver visto in anteprima i primi quattro episodi, lo abbiamo intervistato per capire come si traduce in musica il ricordo di un’infanzia. La serie arriverà a novembre su Sky e NOW.
Cosa ti ha colpito di questo progetto?
È il mio secondo lavoro a tema sportivo, dopo Italia - 1982, ed è curioso, perché il calcio non lo seguo, a parte la Nazionale. Però mi ha colpito molto la storia: l’idea di fare calcio nel modo più genuino possibile, con un romanticismo che ormai non si vede quasi più. Un campione come De Rossi che compra l’Ostiamare per farne una squadra di alto livello. È una serie molto emotiva, e la prima domanda che mi sono fatto è stata: come restituisco questa emozione?
Parliamo proprio di questo “come”. Nella serie il motore di tutto è il ricordo: De Rossi compra la squadra perché è legato alla sua infanzia, a quando ci giocava da bambino.
Ho lavorato per macro-temi. Mi hanno colpito molto le immagini di Daniele che va in barca con suo padre, e da lì ho sviluppato il concetto di “porto”: nella serie è come se lui tornasse a casa dopo un lungo viaggio, e allo stesso tempo ripartisse per una nuova avventura. Per questo ho scritto una traccia calda, emotiva, che richiamasse anche quel sud che Daniele ama tanto, fino al Sudamerica (dove ha chiuso la carriera da calciatore con il Boca Juniors, ndr). Poi ogni registro ha il suo colore: nelle partite ho puntato su un tema più muscolare, nei momenti di delusione su sonorità più sospese. Il filo comune resta però un suono caldo e avvolgente.
Che lavoro c’è stato dietro la sigla?
Oggi le sigle quasi non esistono più. Io ho voluto legarla alla storia personale di Daniele, come suggeriscono alcune immagini: lui che guarda lo stadio di Ostia e ci ripensa a quando ci giocava da bambino. Mi sono confrontato con il regista e sono partito da alcune note, per costruire un tema che mettesse subito lo spettatore in empatia con il protagonista.
Quando capisci che una nota è quella giusta?
Mi fido quasi sempre dell’istinto. Di solito, quando un’idea ti sembra troppo semplice, la tentazione è quella di svilupparla maggiormente, di aggiungerci una sovrastruttura. Qui invece ho puntato sulla semplicità e ho sfruttato l’emozione del momento. Capisci che è quella giusta quando hai la sensazione che ti ricordi qualcosa che esiste già, come se fosse sempre stata lì.
Quanto tempo ci hai lavorato?
Da giugno a settembre.
Che differenza c’è tra scrivere musica per un film e per una serie tv? E tra finzione e documentario?
Cambiano innanzitutto i tempi. In una serie l’arco narrativo è più ampio, la mole di lavoro è maggiore e anche il processo creativo è diverso: in un film spesso ti confronti direttamente con il regista, in una serie le persone coinvolte sono molte di più e dialoghi con diverse figure. Nel film, poi, molto dipende dal regista. A volte cominci a elaborare il tema insieme a lui già in fase di sceneggiatura, e c’è chi ti chiede anche dei brani da far ascoltare sul set, per aiutare gli attori a entrare nel mood della scena. Altre volte invece lavori su un film già montato. Nel documentario, infine, capita spesso di dover richiamare un’epoca, e allora ha senso evocare musiche di repertorio: se racconti gli anni ’50, per esempio, scrivi temi che rimandano a quel periodo.
E in quale situazione ti piace lavorare di più?
In realtà non ne ho una preferita. Mi piace molto lavorare a più opere diverse in parallelo, perché paradossalmente ti aiuta a mettere meglio a fuoco quello che stai facendo. Mentre lavoravo a Radici, stavo seguendo anche altri progetti. Certo, il momento migliore è quando sei in perfetta sintonia con il regista, e così è stato con Nicola. Ma in generare mi piacciono le sfide, lavorare con più elementi insieme e ibridarli.
Per concludere, domanda un po’ di rito: i tuoi compositori preferiti attualmente in attività?