FILM

Se venisse anche l'inferno: Samuele Rossi, Luca Tanganelli e Giorgio Colangeli raccontano la resistenza del corpo

Abbiamo intervistato il regista e gli interpreti del film evento speciale alle Giornate degli Autori della Mostra del Cinema di Venezia 2026.

Condividi

Se venisse anche l'inferno, il film di Samuele Rossi presentato come Evento Speciale alle Giornate degli Autori di Venezia 83, racconta la Resistenza senza alcuna retorica eroica, ma attraverso il racconto di un uomo solo, in preda alla fatica e al freddo. Ne abbiamo parlato con il regista e con due dei suoi interpreti, Luca Tanganelli e Giorgio Colangeli.

Samuele, hai detto di aver fatto questo film sulla resistenza di allora per riflettere sulle resistenze di oggi. C'è stato però un episodio in particolare che ti ha spinto a realizzarlo?

SAMUELE ROSSI: Sono partito da sensazioni contemporanee, ma in realtà mi agganciavo a una resistenza personale, ai valori in cui ho sempre creduto e al modo in cui guardo il mondo come essere umano. La sensazione di dover resistere, nel nostro mondo, nel cinema, nell'industria, nella politica, con questo ritorno ai fascismi che stanno inquinando le società, è difficile non pensare alle resistenze palestinesi e ucraine. Questo tornare a dover testimoniare le resistenze mi ha agganciato a quel biennio là, agli anni di dittatura e di resistenza. Ho voluto raccontare il punto più alto di quella resistenza: resistere quando tutto sembrava procedere verso la sconfitta, la solitudine e la paura.

Infatti è un film molto umano, in cui la guerra resta fuori campo.

SAMUELE ROSSI: La Resistenza è raccontata spesso nella dimensione più eroica. Non ho voluto raccontare la Resistenza da questo punto di vista, perché l'ideale è figlio della fisicità. Stare dentro la fisicità, sentire il freddo, sentire la solitudine: ho voluto spostare lo sguardo sul percorso fisico della Resistenza, che nel racconto cinematografico mi sembrava mancasse.

È vero che è un film molto fisico: si sente il freddo, si sente la fatica. Come avete lavorato per restituirla?

LUCA TANGANELLI: L'impegno sul film è stato molto faticoso, con budget non alti. Ci siamo trovati dentro le situazioni: la cosa bella e faticosa è che non abbiamo finto niente, è stata una costellazione di ostacoli, e affrontarli ha costruito il personaggio di Gio. Condividevamo tutti la difficoltà di stare in quell'ambiente, e c’è stata una immedesimazione estrema.

GIORGIO COLANGELI: Per me è stato tutto più semplice, ho fatto un solo giorno di lavoro anche se la vestizione è stata piuttosto macchinosa. Mi trovo bene a lavorare con chi viene dal documentario: tutto quello che c'è intorno ha un senso, il paesaggio che sarà inquadrato lo interiorizzi anche come sensazione di disagio fisico. Quando riesci a dare un senso a quello che ti sta succedendo, credo che tu stia già facendo tutto il personaggio.

LUCA TANGANELLI: Esatto. La risposta era accettare le condizioni che c'erano: io volevo stare lì, ed era faticoso. Era necessario partire da cose pratiche. Tante idee sono uscite proprio dal lasciare andare la macchina da presa, e sono le cose più belle.

Avete girato in ordine cronologico, seguendo le stagioni reali: quanto ha pesato questa scelta sul modo di vivere il film, sul set e non solo?

SAMUELE ROSSI: Avevamo una sceneggiatura che seguiva le stagioni, e nel nostro caso non potevamo ricrearle: dovevamo essere nei luoghi, nelle stagioni, vivere il film in senso cronologico. Questo ci ha aiutato molto a vivere la storia, e il film è cresciuto con noi.

GIORGIO COLANGELI: Io non ho vissuto una fase legata ai tempi di attesa, ma anche quelli hanno avuto un grosso valore. Lo vedo come il teatro, dove ci sono giorni in cui non provi, come quando si lascia lievitare la pasta. Il film ti lavora dentro in una fascia non consapevole, ed è un lavoro che ti ritrovi fatto quando il film riparte.

Una domanda un po' di rito: ci sono stati riferimenti cinematografici che hanno accompagnato la realizzazione del film?

SAMUELE ROSSI: Tanto cinema orientale, Kim Ki-duk, poi ovviamente The Revenant. Questo perché mi conosco: sono innamorato folle del cinema, e so quanto amo cercare, dentro le cose che racconto, anche le cose che mi sono piaciute. Avevo bisogno di guadagnare una libertà assoluta, ed è il primo film in cui mi sono sentito libero, e in questa libertà ho trovato qualcosa che mi ha fatto bene e mi ha reso felice.

Continua a leggere su BadTaste