The Station: intervista a Sarah Ishaq
Presentato al Festival di Cannes 2026, The Station è il nuovo lungometraggio di Sarah Ishaq. Un'avventura che si ispira al reale, ambientata nello Yemen e girata in Giordania. Ecco cosa ci ha raccontato la regista.
Sara Ishaq non è arrabbiata o furiosa o disillusa. La regista scozzese, invece, che oggi vive ad Amsterdam, trova speranza anche negli angoli più bui della terra. Candidata al Premio Oscar per il corto documentario “Karama has no walls”, presenta al Festival di Cannes 2026 (nella sezione della Settimana della Critica) il suo nuovo lungometraggio, “The station”, ambientato nello Yemen e girato in Giordania.
La storia, basata su vicende realmente accadute, ha dell’incredibile: la protagonista Layal ha una stazione di servizio che diventa presto luogo di ritrovo e rifugio per le donne del posto. Tra canti, balli e pettegolezzi, si riesce a esorcizzare in parte lo spauracchio della guerra, che incombe sempre su queste figure femminili capaci di ironizzare persino un’esperienza traumatica come un conflitto armato.Quali sono gli argomenti principali di questo suo nuovo progetto?
La storia si svolge su più livelli e comprende il senso di comunità al femminile, ma anche vicende famigliari e uno sguardo sulle conseguenze della guerra sulla vita di tutti i giorni. A livello più profondo il film analizza l’impatto che il patriarcato ha sulla gente, anche su giovani uomini, al punto di rafforzare il concetto di mascolinità tossica in un circolo vizioso. Il tema non riguarda però solo lo Yemen, è universale.
Com’è entrata in contatto con quello che racconta?
In uno dei miei viaggi in Yemen, dove sono cresciuta, mi sono imbattuta in questa situazione incredibile, una stazione per il carburante improvvisata e caotica, uno spazio in cui le donne si potessero esprimere e sentirsi al sicuro. Credo che la loro condizione sia una metafora potente: il loro microcosmo rappresenta le vari classi sociali. In questo caso un sistema improvvisato diventa fulcro di una struttura sociale. Non so se si possa definirlo o meno un’utopia ma di sicuro la protagonista prova a metterla in atto, vivendo come se i problemi del mondo esterno non esistessero. All’ingresso c’è un cartello che vieta l’accesso a uomini, armi o politica ma la verità è che ne fanno parte, eccome. Si tratta sì di una bolla ma in un sistema distopico.
Ha mai sperimentato lì quel genere di solidarietà al femminile di cui parla il film?
Ricordo in particolare un mio soggiorno di sei mesi durante il quale è successo di tutto, dall’inflazione a varie crisi, oltre al blocco dei beni di base, eppure i vicini di casa venivano a bussare alla nostra porta per consegnarci cibo e bevande. Mia sorella faceva da tutor ai bambini del vicinato perché le scuole erano chiuse. Non avevamo elettricità ma ci aiutavamo moltissimo, senza chiedere la provenienza geografica o far leva sulle differenze. Ci s’improvvisava e si viveva un po’ alla giornata, tirando fuori risorse che non sapevamo di avere. Io ho impresso non solo nella mente quelle situazioni ma ho anche registrato le vere conversazioni delle donne in questa circostanza. Mi ha molto colpito il fatto che facessero battute sulla guerra. Una ha detto: “Per fortuna ci sono le bombe, mi mettono una tale ansia che non riesco a mangiare e quindi sono dimagrita di cinque chili”. Ecco, quest’ironia amara aiuta comunque a far sì che non ci si deprima.
Ha mai pensato di girare direttamente nello Yemen?
Sarebbe stato logisticamente molto complicato perché è davvero difficile muoversi all’interno del Paese. Lo stesso aeroporto è aperto a singhiozzi e le strade sono costellate di check point, per non parlare dell’incubo che avrebbe rappresentato l’assicurazione per tutti i membri del cast e della troupe. Proprio mentre giravamo sono avvenuti dei bombardamenti e le donne del set portavano le loro vere esperienze. Siamo stati in Giordania per 28 giorni e meno di una settimana dopo, sempre nel 2025, è iniziata la guerra. Se non avessimo finito in tempo saremmo rimasti bloccati lì, com’è successo di fatto a un’attrice, per due mesi. Ecco perché dico che questo è il film dei miracoli perché di fatto in Yemen peraltro non esiste un’industria cinematografica, ma solo sforzi individuali.
Come le ha cambiato la carriera la sua candidatura all’Oscar?
Mi ha dato più possibilità e più credibilità, anche se il passaggio dal genere documentario alla fiction è piuttosto difficile. Si crea un clima di scetticismo attorno a te, come se avessi sempre qualcosa di dimostrare. Non a caso per realizzare questo film ho impiegato dieci anni.