Una cosa vicina: crescere nel trauma, riscrivere il passato attraverso il cinema
Un viaggio tra memoria, lutto e identità: Una cosa vicina di Loris G. Nese mescola animazione, archivio e documentario per raccontare una crescita segnata dalla camorra e trasformarla in cinema
In Una cosa vicina, il regista e sceneggiatore Loris G. Nese affronta una storia personale, dura da scalfire. In questo film stratificato, che fa uso di linguaggi diversi — dall’animazione all’archivio, passando per le interviste — Loris racconta di un bambino cresciuto negli anni ’90 circondato da segreti: gli uomini della sua famiglia, compreso il padre, muoiono troppo giovani.
Un coming of age al contrario
Una cosa vicina è, in una certa misura, un coming of age al contrario: Loris si ricongiunge al sé stesso bambino per vedersi crescere di nuovo, dall’esterno, in maniera — forse questa volta — definitiva.
Per farlo, il bambino e la città dialogano in una dimensione estesa, non limitata a pochi individui o famiglie, in cui il concetto stesso di tempo diventa più complesso. Come ne La 25a ora di Spike Lee, dove la ferita ancora aperta dell’11 settembre racconta anche il dolore del protagonista.
Il film è anche un’opera sull’accettazione, sul lutto e sulla rielaborazione del trauma. Videogioco, disegno e animazione si intrecciano con il documentario e le sue diverse declinazioni, in una scelta formale tutt’altro che casuale.
L’obiettivo è prendere le distanze dai fatti criminali, che interessano il regista solo fino a un certo punto, per uscire da un immaginario in cui la periferia campana è rimasta incastrata dopo Gomorra.
Un film sui film: tra gangster e horror
Il regista scardina gli schemi visivi tradizionali e costruisce anche un “film sui film”, attingendo a un immaginario personale decisivo per la propria formazione.
C’è la fascinazione adolescenziale per il cinema gangster della New Hollywood — da Scorsese a Coppola fino a De Palma (di cui compare anche il poster di Hi, Mom! con Robert De Niro). Ma non manca l’horror, tra suggestioni analogiche e richiami agli anni 2000.
Le immagini, nelle loro diverse forme, costruiscono un cortocircuito tra infanzia e tematiche adulte. Un risultato reso possibile anche dal lavoro di montaggio di Chiara Marotta, produttrice del film.
La collaborazione tra Marotta e Nese, iniziata nel 2018 con il cortometraggio Quelle brutte cose, si basa su un processo continuo di riscrittura: dalla catalogazione approfondita dei materiali fino alla ristrutturazione narrativa in fase di montaggio, integrata poi con la ricerca di archivi pubblici e privati.
Il cinema come gioco (anche nel dolore)
In un passaggio del film, un amico chiede a Loris: “Ma perché riprendi sempre tutto?”. La risposta è semplice: “Perché mi diverto”.
Ma è davvero possibile divertirsi raccontando il dolore? Per il regista sì: senza quella componente ludica, il film non esisterebbe. Il bisogno di affrontare una storia così delicata si accompagna alla necessità di non perdere il piacere del fare cinema.