"Venezia resta il riferimento per un cinema che cambia": la nostra intervista ad Alberto Barbera
Abbiamo intervistato il direttore artistico della Mostra del Cinema di Venezia alla vigilia dell’83ª edizione. Tanti i temi toccati: dall’annuncio di Naza all’AI, passando per il caro-Venezia, qualche anticipazione sui film da non perdere e persino l’Odissea di Nolan.
A pochi giorni dall’inizio dell’83ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, in programma dal 2 al 12 settembre, abbiamo intervistato il suo direttore Alberto Barbera per fare il punto su un’edizione che si apre con diversi fronti caldi: dall’estate record del box office fino al fresco annuncio di Naza, il documentario sullo sterminio dei civili di Gaza da parte di Israele firmato dai co-autori di No Other Land. Con Barbera abbiamo anche parlato di Intelligenza Artificiale, dei costi sempre più insostenibili per gli addetti ai lavori che seguono il festival, del “vivaio” di autori costruito in quindici anni di direzione e anche dei titoli più sorprendenti di questa edizione.
Direttore, mi tolga prima una curiosità: ha visto l’Odissea di Nolan?
L'ho visto dieci giorni fa, purtroppo in condizioni non ideali, in una sala con uno schermo piccolo e un audio pessimo. Credo che solo chi lo ha visto in IMAX 70mm possa dire di averlo visto davvero, per questo preferisco sospendere il giudizio. A una prima impressione, però, mi è parso uno dei film meno riusciti di Nolan: l'ho trovato piuttosto pasticciato, costruito a blocchi, quasi un insieme di situazioni giustapposte più che un racconto unitario. Anche dal punto di vista visivo non mi ha convinto del tutto e alcune scene mi hanno fatto storcere un po’ il naso, come quella di Polifemo, della Maga Circe o della stessa caduta di Troia.
Non ha, secondo me, la forza espressiva di altri suoi film, come ad esempio Interstellar, che considero un capolavoro. Detto questo, un merito glielo riconosco: ha saputo scatenare un dibattito culturale ampio e di livello, cosa che oggi pochi film riescono più a fare. Vorrei rivederlo in condizioni migliori prima di darne un giudizio definitivo.
La Mostra arriva alla fine di un’estate record per le sale, trainata soprattutto da Spider-Man e dalla stessa Odissea. Come legge questi numeri?
Non credo sia un fenomeno passeggero: il cinema sta tornando al centro del dibattito pubblico. Stiamo assistendo a un ricambio generazionale che ha sostituito lo spettatore abituale. I ragazzi sono più motivati ad andare in sala, e soprattutto hanno voglia di tornarci. È un indicatore molto positivo e incoraggiante.
Una domanda più personale: come si sente Alberto Barbera al suo quindicesimo anno consecutivo da direttore?
(Ride) Molto soddisfatto. In questi anni siamo riusciti a portare a termine progetti che avevo in testa fin da quando mi fu proposto il ruolo, ed erano progetti ambiziosi, sia sul piano logistico, con il ripensamento delle strutture e delle sale, sia su quello della selezione: i rapporti con l'industria hollywoodiana, la riduzione del numero di film in programma, o ancora la nascita di Biennale College, che si è rivelata un successo incredibile. E poi Venice Immersive, che continua a evolversi. Cosa resta da fare? Il cinema sta cambiando, e la scommessa è riuscire a stare dietro a questi cambiamenti, per non rischiare di perdere terreno.
Eppure, molti dei fronti che ha aperto sembrano essersi richiusi, se non del tutto, quasi. Pensiamo non solo a Hollywood, ma anche a Netflix e alle Serie TV.
Credo sia solo una coincidenza. Hollywood sta attraversando una fase di transizione, le major hanno scelto di prendersi una pausa dai grandi festival, e anche Netflix: eravamo in trattativa per Le avventure di Cliff Booth di David Fincher, lo spin-off di C'era una volta a Hollywood, ma non è stato pronto in tempo. Speriamo che l'anno prossimo vada diversamente. Sul fronte serie, abbiamo sempre puntato su quelle degli autori - e anche qui: quest’anno non ce ne sono state.
Quello che abbiamo cercato di fare, invece, è un percorso di esplorazione dell'immagine del cinema, aprendo le porte a registi meno affermati e sconosciuti al grande pubblico. La maggior parte degli autori in concorso quest'anno ci sono per la prima volta. Sono scelte coerenti con la missione e l'ambizione di un festival che deve continuare a cercare chi prova a rinnovare il cinema.
C'è però una nuova scommessa in arrivo: l'Intelligenza Artificiale.
Oggi si parla molto dei rischi che può generare, e non nego che esistano: sono tanti e complessi, tra limiti etici e problemi connessi. Si è è parlato invece poco delle potenzialità creative. Bisogna porsi il problema di come usare questo strumento al servizio degli artisti. Quest'anno abbiamo selezionato Be Brave, su Renzo Rosso, prodotto da Lorenzo Mieli, che ha intenzione di avviare una vera e propria linea di produzione di opere realizzate con l'AI.
Non esclude, quindi, in futuro, la possibilità di una sezione interamente dedicata?
Avevo pensato di crearla già quest'anno, ma non ero sicuro di riuscire a trovare il giusto numero di titoli di qualità. Molte produzioni usano già l'AI in sostituzione degli effetti speciali tradizionali, perché ha costi più contenuti, e con il passare del tempo diventerà uno strumento di uso corrente, come è successo con il digitale.
Negli ultimi giorni si è riaccesa una discussione sul caro-Venezia: tra alberghi, appartamenti e accrediti sempre più cari, la Mostra sta diventando sempre più inaccessibile e seguire il festival da addetto ai lavori può arrivare a costare migliaia di euro.
Trovo vergognosa e inaccettabile la speculazione sui prezzi da parte di albergatori e proprietari di appartamenti, anche i più modesti. Come festival, però, lì non possiamo fare nulla: il numero di partecipanti aumenta di anno in anno, e tutti sono a caccia di un posto dove dormire. Purtroppo, nessuno può imporre una calmierazione dei prezzi. Per quanto riguarda il costo degli accrediti, siamo più o meno in linea con gli altri festival internazionali, e la quota d'iscrizione serve anche a coprire i costi di realizzazione.
Tornando al programma, la notizia degli ultimi giorni riguarda l’annuncio dell’inserimento in concorso di Naza, il documentario sullo stermino di Gaza realizzato dai coautori di No Other Land. Che tipo di reazioni si aspetta?
Sono venuto a conoscenza di questo film a maggio, al Festival di Cannes, dove ho incontrato il produttore e il regista che volevano farmelo vedere. Non voglio anticipare troppo, perché è un film che va scoperto, ma sicuramente avrà un impatto emotivo e politico molto forte. Uscirà entro la fine di settembre in tutto il mondo.
Un festival si misura anche dai talenti che sa far crescere nel tempo: penso ad autori come Ali Asgari o Andrea Pallaoro, passati da Orizzonti al Concorso. Quanto conta per lei questa capacità di costruire un vero e proprio vivaio?
È importante costruire un rapporto di fedeltà e continuità con gli autori, ma le scelte dipendono sempre, prima di tutto, dalla qualità dell'opera che ci viene presentata. Tempo fa avevamo lanciato un documentario di Joshua Oppenheimer, The Act of Killing. Due anni fa, invece, ci è arrivato il suo musical The End, che non ci aveva convinto. La fedeltà, quindi, non è mai automatica.
Se dovesse individuare un fil rouge tematico di questo concorso, quale sarebbe?
Temi molto contemporanei: i governi, le migrazioni, la crisi delle coppie, le difficoltà di adolescenti senza un futuro davanti. Sono registi che affrontano questioni rilevanti partendo però dalle storie individuali, con l'obiettivo di restituire tutta la complessità degli avvenimenti, non di semplificarla.
Per concludere, ci vuole dare qualche anticipazione? Quali sono i film che ha trovato più sorprendenti, più ambiziosi, quelli per cui vale la pena fare carte false pur di trovare un biglietto?
Il primo che mi viene in mente è DAU. Non solo per la sua durata imponente, ma per quello che racconta, a metà tra il dramma storico e la sperimentazione. Poi, assolutamente, il documentario sugli Oasis, che in fondo è il vero evento di questa edizione. L’ho trovato uno dei film musicali più belli che abbia mai visto, perché non racconta solo la riconciliazione dei fratelli Gallagher, ma il rapporto tra un’artista e il suo pubblico e l’impatto del loro ritorno sui fan. Uno dei film più complessi che abbia mai visto sul rapporto tra un individuo e la musica. Poi vorrei citare un film piccolo ma ambiziosissimo: Serpenti di Roberto De Paolis.
Un’opera sorprendente perché ha il coraggio di battere un terreno diverso dal nostro cinema abituale, giocando con la commedia, il racconto a episodi e un tono grottesco e surreale che affonda le radici in altre filmografie. E infine Joie de vivre, il documentario di Luca Guadagnino su Bernardo Bertolucci: emozionante, coinvolgente, capace di riflettere non solo sul suo cinema ma sulla critica stessa e su cosa significhi oggi guardare e raccontare un film.