28 Anni Dopo – Il Tempio delle Ossa, la recensione: non è un film horror, ma l’orrore del nostro presente

28 Anni Dopo: Il Tempio delle Ossa non è solo horror: è una riflessione sul presente. Tra musica pop, umanità perduta e politica, il sequel diretto da Nia DaCosta trasforma l’apocalisse in una metafora del nostro tempo

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See them walking hand in hand across the bridge at midnight. Heads turning as the lights flashing out are so bright”.
Il Dottor Kelson di Ralph Fiennes entra in scena così, cantando Girls on Film dei Duran Duran, in 28 Anni Dopo: Il Tempio delle Ossa, sequel di 28 Anni Dopo ed episodio centrale della nuova trilogia che ha seguito i cult 28 Giorni Dopo e 28 Settimane Dopo.

28 Anni Dopo: Il Tempio delle Ossa, diretto stavolta da Nia DaCosta, arriva al cinema il 15 gennaio e porta avanti il discorso iniziato – o meglio ripreso – da Danny Boyle lo scorso anno: raccontare un mondo in macerie, in un futuro prossimo immaginario – quello di un’umanità devastata da un virus – che però, per molti aspetti, è fin troppo simile al nostro.

Sembrava una storia finita, quella di 28 Giorni Dopo. Ma è stata proprio la pandemia di qualche anno fa – la storia reale di un virus, le immagini vere di una Londra deserta come in quel film – a far riscoprire l’opera del 2002 e a consacrarla definitivamente come cult. Danny Boyle e Alex Garland hanno così ripreso in mano la loro creatura, ma per trasformarla in qualcos’altro: non più un horror puro, bensì una metafora dei tempi che stiamo vivendo. Per dirci che oggi, forse, siamo davvero dentro un film dell’orrore.

I will learn to survive

28 Anni Dopo: Il Tempio delle Ossa inizia dove finiva il film precedente. Da un lato vediamo il giovanissimo Spike (Alfie Williams) venire accolto da un gruppo di ragazzi, i Jimmys, guidati da Jimmy Crystal (Jack O’Connell): giovani costretti a crescere in fretta e in modo brutale, diventati violenti e schiavi di rituali folli. Dall’altro, il Dottor Kelson, nel suo Tempio delle Ossa – il memoriale dei caduti – continua la sua resistenza al virus e agli infetti fatta di scienza e di gentilezza. Le due storie sono destinate a intrecciarsi, con esiti drammatici e sorprendenti.

“But I won't cry for yesterday, there's an ordinary world. Somehow I have to find. And as I try to make my way to the ordinary world, I will learn to survive”.
“Ma non piangerò per ieri, c’è un mondo ordinario. E mentre cerco di farmi strada verso il mondo ordinario, imparerò a sopravvivere”.

I Duran Duran continuano a risuonare (sentiremo anche Rio) nel sequel di 28 Anni Dopo. In un film come questo, quelle parole suonano ironiche e beffarde. In quell’“imparerò a sopravvivere” si nasconde il primo senso del film: perché forse, tra poco, dovremo imparare a farlo anche noi. E perché esistono modi diversi di sopravvivere. Si può farlo con l’abbrutimento, diventando mostri per combattere altri mostri, perdendo la propria umanità. Oppure si può provare a resistere mantenendola. La distanza tra Jimmy e Kelson è tutta qui. Ed è la stessa frattura che oggi attraversa il nostro mondo.

Il Dottor Kelson era un ragazzo come noi

I Duran Duran sono il filo conduttore della storia (ma ascolteremo anche Radiohead e Iron Maiden) e servono a dirci molte cose. Quando tutto crolla, ci aggrappiamo a ciò che resta, a ciò che ci ha formati. Per i Jimmys erano i Teletubbies, l’ultimo programma della loro vita da bambini prima che tutto si interrompesse, ventotto anni fa. Per Kelson sono i dischi, la musica, l’arte. Proprio la musica – e qualche vecchia fotografia – ci dice che Kelson, in fondo, era uno di noi. E ci suggerisce che, al suo posto, in un mondo precipitato nell’abisso, potremmo esserci noi.

La sua gentilezza diventa allora il vero atto di resistenza. Ma può un uomo gentile sopravvivere in un mondo di belve? Le belve, lo avrete capito, qui non sono gli infetti. Sono alcuni degli esseri umani. Un’idea affascinante tanto per i rimandi narrativi – da Il signore delle mosche a Anna di Niccolò Ammaniti – quanto per il suo significato profondo. I Jimmys sono ragazzi cresciuti senza valori o modelli, perché nessuno glieli ha trasmessi. E la domanda non riguarda loro, ma chi avrebbe dovuto farlo. Non i giovani, dunque, ma chi il mondo lo governa.

Un’opera morale vestita da horror

28 Anni Dopo: Il Tempio delle Ossa è questo: l’orrore del nostro mondo. E l’horror, come genere, funziona a tratti. Non c’è il ritmo forsennato del primo 28 Giorni Dopo né quello del precedente capitolo. C’è invece ironia, farsa, grottesco, ridicolo. E forse ridere dei tempi in cui viviamo è l’unico modo per… sopravvivere.

La saga, arrivata al quarto capitolo, è ormai diventata qualcos’altro. Qui l’horror spesso si ferma per lasciare spazio alla riflessione, alla musica, alla satira, fino al richiamo esplicito al Frankenstein di Mary Shelley. È cinema politico, ma fatto in modo diverso rispetto a George A. Romero.

28 Anni Dopo: Il Tempio delle Ossa potrà piacere o meno, a seconda di cosa si cerca. Ma è un film importante.

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