6:06, la recensione: uscire dal ghetto è questione di orizzonti
Il ritorno di Tekla Taidelli a vent'anni dall'esordio ha energia e voglia di raccontare, ma non regge fino in fondo l'ambizione di uno sguardo trasformativo sulla dipendenza.
Miglior "film veramente indipendente" recita uno dei premi assegnati a 6:06 da Ortigia Film Festival, sotto lo sguardo di quel Gianni Canova che vent'anni fa sostenne l'opera prima di Tekla Taidelli, Fuori vena (2005) oggi piccolo cult. Non sbagliano. Il meglio di questo reprise - ancora periferia, tossicodipendenza, ricerca di riscatto - è proprio nel modo in cui il progetto danza intorno all'evidente povertà produttiva.
Il cocainomane Leo (Davide Valle) si sveglia ogni mattina alle 6:06 dello stesso lunedì demmerda come un Bill Murray di Civitavecchia. Si guarda allo specchio come il Cassel de L'odio. Vive in bianco e nero come Judy Garland nel Mago di Oz. Se un cliché si nota dieci fanno uno stile. E il topos (americano o francese che sia) qui fa bene il suo lavoro: garantire struttura e credibilità narrativa, sintetizzare rapidamente concetti complessi, grazie alla regia nervosa e all'umorismo di Taidelli che sbozza fumetti lo-fi dalla routine caligariana del tossico intrappolato nel suo loop.Tutto bene fino al coup de theatre, quando Judy scopre il technicolor. Carina l'idea comica di mantenere l'alternanza col b/n, così che (mentre Leo percorre la Yellow Brick Road per il Portogallo in compagnia della misteriosa francese Jo Jo) i suoi amici continuano a chiamarlo al telefono dalla borgata, visualizzata come finestra neorealista che si apre in un mondo a colori. Ora però è il momento di scrivere un road movie e un romance, abbandonando il tracciato sicuro dell(e)a trama hollywoodiana per trovare ispirazione in un racconto molto più destrutturato e umorale, che passa per feste drogherecce e momenti di realizzazione a picco sull'Oceano Atlantico.
Non era impresa facile. Ma il problema non è tanto che il film "non ce la faccia" narrativamente, si spompi e inizi ad arrancare. Piuttosto, è la delusione nel vedere qualcosa di originale - uno sguardo utopico sul malessere provinciale e la piccola criminalità, che per una volta cerca il colore e la reinvenzione di sè - rivelare alla resa dei conti una certa mancanza di fantasia.
Insomma è possibile che un'anima persa, prigioniera di un inferno alla Kassowitz che (Ricomincio da capo docet) sarebbe anche un delizioso spunto postmoderno sull'incapacità di un certo immaginario giovanile a "uscire" dai modelli iconografici anni 90, non trovi di meglio per farlo che spostarsi di una quindicina d'anni, facendo il verso al Korine di Spring Breakers?Sovrainterpretiamo (forse) il cinema di Taidelli, che sicuramente si pensa più "verace" che teorica, perché è lì - intenzionalmente o no - che il suo film tocca corde davvero interessanti. Di quali miti è intessuto il nostro presente? Siamo in grado di espandere lo sguardo al di là di clichè ormai stantii? Da cosa (al di là del dato realista dell'addiction) non riusciamo a liberarci? 6:06 avrebbe la verve giusta per stuzzicare quel tipo di dubbi ma preferisce costruire l'ennesimo manifesto aspirazionale angsty, col paradosso di una seconda parte "risolutiva" meno convincente ed energica della prima.