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A bit of light, la recensione: il film più intimo e doloroso di Ali Asgari

Il regista iraniano porta al Lido un racconto che si allontana dal sarcasmo del precedente Divine Comedy per abbracciare un registro funereo. Il risultato è un cinema rigoroso che però fatica ad andare oltre l’esercizio concettuale.

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Ali Asgari, classe 1982, è senza dubbio una delle voci più importanti del nuovo cinema iraniano. Si è fatto conoscere a Cannes 2023, nella sezione Un Certain Regard, con il bellissimo Kafka a Teheran (co-diretto e sceneggiato con Alireza Khatami), mentre lo scorso anno, proprio qui al Lido, ha continuato a far parlare di sé con Divine Comedy, una satira amarissima sulla censura del regime selezionata in Orizzonti. Quest’anno, la Mostra, giunta alla sua 83ª edizione, promuove direttamente in concorso il suo A Bit Light, certificando una crescita del cineasta iraniano all’interno del panorama cinematografico mondiale.

Effettivamente, con questo nuovo film, Asgari realizza il suo lavoro stilisticamente più maturo, cambiando però del tutto registro: niente ironia tagliente (“morettiana”, come l’hanno definita alcuni critici), ma un tono più spirituale e doloroso, pur continuando a raccontare la crisi collettiva dell’Iran attraverso una vicenda personale.

Il protagonista è infatti un medico che, dopo essere stato arrestato e aver visto il proprio ambulatorio chiuso dalle autorità, perde ogni fiducia nel futuro e decide di togliersi la vita. Prima di farlo, però, sceglie di trascorrere un’ultima giornata con gli affetti più cari, con il fratello, le sorelle e la madre, per prepararli alla sua dipartita. Ma è proprio nel contatto con la sua famiglia che la sua decisione comincia lentamente a esaurirsi, aprendo uno spiraglio inatteso di rinascita.

C’è un momento particolare, in a Bit of light, in cui la macchina da presa inquadra il protagonista seduto in auto con alcune piante sistemate sugli altri sedili. Ecco, un’immagine singola che però sembra racchiudere tutto quello che la nuova fatica di Asgari vuole mostrare: un contrasto tra la vita – in questo caso, quella vegetale delle piante – e l’immagine di un uomo che vuole smettere di viverla. Da qui il film si costruisce su una continua contrapposizione tra vita e morte, attraverso un ritmo pressoché immobile: inquadrature statiche, una fotografia fredda, dialoghi essenziali, respiri pesanti e silenzi che incidono più di qualsiasi parola.

L’accostamento più lampante, quasi inevitabile, è con Il sapore della ciliegia. Un po’ perché il cinema di Abbas Kiarostami ha fatto da monito per un’intera generazione di cineasti iraniani che gli è susseguita. E un po’ perché il riferimento è evidente sia nello spunto – un uomo che si prepara alla propria morte – sia nella scelta di sospendere ogni giudizio morale sul gesto, senza spettacolarizzarlo ma creando un’atmosfera quasi liturgica. C’è però un secondo riferimento, forse meno immediato: La stanza accanto di Pedro Almodóvar, che proprio qui al Lido, due anni fa, trionfava con il Leone d’Oro.

Con l’opera del maestro spagnolo A bit of light condivide non solo il tema del suicidio - lì però il tutto era declinato verso un discorso morale sull’eutanasia - in un contesto borghese, ma anche una medesima composizione dell’immagine, un linguaggio visivo estremamente scarnificato e il dramma asciugato fino all’osso per riflettere la natura stessa della morte. Con la differenza che, però, nel film di Asgari questa scelta è stata dovuta anche a una costrizione che ha imposto alla produzione girare in clandestinità, tra interni e automobili, diventate ormai un set drammaturgico centrale, come abbiamo visto negli ultimi film del connazionale Jafar Panahi.

Sullo sfondo, c’è poi il contesto politico: la repressione del regime e qualche dialogo riferito a Trump. Un contesto che però resta fin troppo in secondo piano, quasi da cornice, senza mai mordere davvero come ci si aspetterebbe. Ed è proprio qui che si inserisce un altro problema del film: la pacatezza espressiva che dovrebbe restituire la morte per quello che è, silenziosa, finisce per appiattire tutto su un unico registro.

A Bit of light rimane dunque un’opera estremamente concettuale, che riesce a essere molto coerente a livello di linguaggio filmico, ma che fatica ad andare oltre questo suo rigore stilistico e a lasciare il segno. È un film di osservazione pura, quasi contemplativo, che colpisce a sprazzi, per alcuni suoi momenti, alcune sue inquadrature evocative (un’altra, ad esempio: i corpi stesi sui tappetini di yoga che assumono le forme di corpi morenti visti dal protagonista), ma che non sempre trova la forza di trasformarsi in un’esperienza davvero coinvolgente.

 

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