FILM

Abbandonando il paradiso, la recensione: l'apocalisse è uno stato mentale

L'opera prima di Genc Përmeti esplora le dinamiche di un genere da un punto di vista differente, tra la storia balcanica e un intimismo estremamente personale.

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Approcciarsi al genere post-apocalittico in un contesto esterno a Hollywood è materia assai complessa. Non c'è mai abbastanza spazio per esplorare, stupire o turbare senza che lo stile e la patina dello spettacolo prevalgano sulla sostanza. Per trovare opere davvero temerarie sul versante creativo (quello che dà vita alle storie e ai messaggi, ancor prima che agli effetti visivi) bisogna guardare dall'altra parte del mondo. Il cinema balcanico offre spunti molto più curiosi di quanto si pensi, soprattutto nell'ottica di produzioni mai troppo preoccupate di dividere il pubblico e la critica. In questo contesto, l'uscita di Abbandonando il Paradiso rappresenta un'occasione più che allettante per rivedere questi canoni, approfondirli e (forse) comprenderli per davvero.

Siamo lontani dai fasti a stelle e strisce: l'opera prima del regista albanese Genc Përmeti guarda dentro i suoi protagonisti, ancor prima che al contesto, trasformando l'apocalisse in un labirinto della mente. Interessantissima l'ambizione di fondo: sfruttare un genere come la sci-fi per non guardare al domani, ma a un passato difficile che ha colpito una terra storicamente vessata come i Balcani. Un modo originale per affrontare l'inenarrabile, per fare i conti con la storia di un mondo dilaniato dai totalitarismi e da quella bomba che fa sempre più paura quando la sua ombra si staglia sulle nostre teste. Tutto visto dalla prospettiva di un nonno e un nipote che non potrebbero essere più isolati nel loro piccolo e fragile universo, ma che si ritrovano comunque a lottare contro ciò che resta in una guerra che non sembra avere davvero fine.

Il vero trauma non è l'Apocalisse

Nel mondo di Niko e Leksi non è rimasto quasi niente: l'orizzonte è una linea sottile in cui si stagliano carcasse e fantasmi. Eppure le paure restano, come fossero il retaggio di un mondo in cui oppressi e oppressori sono costanti perpetue. Chi cresce nella dittatura non conosce altro linguaggio, del resto: avrà sempre un nemico da affrontare, la paranoia di essere invaso, vivrà secondo una logica di confine e antagonismo a cui non può semplicemente rinunciare. Il nonno, interpretato da Kristaq Pilo, mostra sul proprio volto i segni di quell'educazione: è il lascito vivente di ciò che il peggiore dei mondi possibili possa fare all'uomo comune.

Sembrerebbe terribile, eppure è la cruda verità: anche quando i governi cadono e le dittature finiscono, il dolore non si limita a restare. Stravolge le persone, si annida come un cancro e si espande fino a dominare le menti. Chi vive la dittatura non può resistervi perché non conosce alternative. Così il regista gioca con il contesto e con la sensibilità dei propri personaggi, contemplando la loro quotidianità con un rigore quasi surreale. Non c'è brio, ma un costante logorio dettato dalla reiterazione forzata. Resta la desolazione, tra silenzi e grigiume.

Nell'indagare la costruzione del nemico, il film riesce anche a sfiorare gli stilemi del racconto di formazione senza mai elaborarli in maniera lineare. Përmeti si dimostra già padre di un cinema respingente e rigoroso, che preferisce non raccontare nulla pur di esaltare la rappresentazione delle proprie allegorie. Si tratta di un limite dettato dalla forza del pensiero creativo, che però rischia a più riprese di rendere ancor più difficile digerire l'opera nella sua interezza. Non è facile andare oltre il concettuale, per quanto si tratti di un elemento di assoluto fascino.

Legami oltre i concetti

Abbandonando il Paradiso riesce a districarsi da una matassa altrimenti troppo complessa grazie al legame tra Niko e un ragazzino "nemico". È lì che si costruisce il cuore del film, la massima rappresentazione del suo messaggio: anche nel peggiore dei mondi possibili, l'incontro tra due anime può fare ancora la differenza e offrire spiragli di speranza per un futuro diverso. Lontani da quel perbenismo infantile che rende tutti i bambini positivi a prescindere, qui i personaggi sono la testimonianza di ciò che accade quando il germe del disprezzo non ha ancora preso il controllo. In un contesto simile, allora, l'idea di un'alternativa non è più utopia.

Abbandonando il paradiso è un esordio di una coerenza espressiva micidiale, che chiede a chi guarda di entrare nel suo ritmo e di accettare le sue regole, rinunciando alle scorciatoie del racconto di genere. Nonostante gli inciampi tipici delle opere prime, troppo spesso rigide sui propri concetti, il regista riesce a offrire un'analisi concreta e profonda sul dolore più profondo. Il risultato è un'opera di cicatrici e spiragli in cui la verità si ritrova negli sguardi di chi ancora ha tempo per cambiare - e non essere cambiato.

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