Airboy, la recensione
Abbiamo letto e recensito per voi Airboy, un fumetto di satira e confessione di James Robinson e Greg Hinkle
Alpinista, insegnante di Lettere, appassionato di quasi ogni forma di narrazione. Legge e mangia di tutto. Bravissimo a fare il risotto. Fa il pesto col mortaio, ora.
Perché in questa storia lo scrittore di uno dei cicli più celebrati di Starman e di tante altre storie di parecchi personaggi DC Comics, vincitore di un Eisner Award che non ha mai più brillato davvero, britannico di quelli veri che reagiscono attaccandosi alla bottiglia ai momenti di sconforto, racconta, reo confesso, uno dei momenti più bui e foschi della sua carriera di fumettista e di essere umano. Ce lo dice nella premessa, nell'introduzione che scrive per la sua stessa opera: apice dell'alcolismo, poi superato, orlo di una separazione con la moglie, poi avvenuta.
Autore e disegnatore sono protagonisti della storia. Una storia satirica, deformata e deformante, con cui Robinson voleva dire la verità su se stesso come uomo e come artista, anche se non è difficile pensare che molto di quel che vediamo sia esagerato e caricaturale. Come forma di autoterapia, Robinson fa una caricatura dell'uomo che è stato e non vuole più essere. Coinvolge Hinkle perché è chiaro che ha bisogno di una spalla, come di un collega che disegni la sua storia. E la storia è quella di due fumettisti che vivono nella città più hippie del mondo, si incontrano con la scusa di lavorare per sballarsi nei bar, per farsi di coca e bere troppo come al solito, per finire con una prostituta e poi farsi di nuovo.
Robinson, il personaggio, deve occuparsi del reboot di Airboy, grande personaggio dei fumetti che furono, eroe ed aviatore, dimenticato dall'editoria, ma non dal pubblico. Se ve lo state chiedendo, Airboy è esistito davvero. In Italia non è mai stato granché famoso, ma negli Stati Uniti era molto popolare nella Golden Age, edito dalla Hillman. Negli anni Ottanta, la Eclipse fece scadere i suoi diritti, dato che non lo leggeva più nessuno, e divenne personaggio di dominio pubblico.
Com'era quel fastidio nella voce dello studente di lettere, che credeva di saperla lunga sugli scrittori col blocco dello scrittore? James Robinson e Greg Hinkle confezionano una storia chiaramente metanarrativa e follemente autobiografica, almeno per lo sceneggiatore, in cui si mescolano scene chiaramente reali, altre probabilmente realistiche, ed altre ancora lisergiche e assurde. Due aggettivi che non sanno negare fino in fondo la loro veridicità. Airboy è volutamente provocatorio, esplicito e autocritico fino a far sanguinare il proprio autore, che si dipinge come un uomo scolorito (anche visivamente nel fumetto) e stanco, rispetto al mondo pieno di colori sgargianti e di energie che dovrebbe partorire ogni volta che scrive una nuova storia. Si parla tanto di fumetto e di scrittura di fumetti, in Airboy, di quanto i comics possano e debbano essere eccitanti, del potere che le loro storie hanno e di quanto i personaggi debbano essere fedeli al proprio tempo per essere davvero interessanti.
Lo si fa con intelligenza, con un linguaggio salace e divertente, con una volgarità che altrove avrebbe dato l'idea di essere fine a se stessa, ma che qui, in questa avventura così personale, risulta nobilitata da una sincerità piuttosto disarmante, dal coraggio di dipingersi probabilmente peggiori di quello che si è per non concedersi alibi e non lasciarsi scuse, a valle di ogni possibile autoassoluzione. E lo si fa tramite una sostanziale dichiarazione d'amore al fumetto che non può lasciarci indifferenti. Greg Hinkle è bravo, il suo stile appropriato alla storia, i colori importanti, il tratto interessante. Ma è chiaro che qui, il protagonista, è James Robinson, uno sceneggiatore che poteva essere un grande, forse, e ci confessa come mai, invece, poi no. Divertendoci. Non era facile.