FILM

Alberi Erranti, la recensione: Salvatore Mereu e la favola che cerca casa tra la neve e i boschi

Una Sardegna sospesa fuori dal tempo, tre famiglie e un figlio in cammino alla ricerca di un padre: il regista di Dorgali firma un'opera ampia e visionaria, che parla di infanzia come ultimo territorio da difendere.

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Si fa fatica a immaginare un film più coerente con il percorso di chi lo ha girato. Presentato in anteprima alla 79a edizione del Locarno Film Festival come film in concorso, Alberi erranti riporta Salvatore Mereu là dove il suo cinema ha sempre trovato respiro: in una Sardegna concreta e al tempo stesso mitica. Il film è tratto dal romanzo di Alberto Capitta "Alberi erranti e naufraghi" e sarà distribuito in sala da Viacolvento, con la collaborazione internazionale di Minerva Pictures e TVCO International Distribution. L'uscita in Sardegna è fissata per il 22 ottobre 2026, mentre quella nazionale nelle sale italiane arriverà il 29 ottobre 2026.

Un'opera che dura quasi tre ore e si concede il lusso di cambiare pelle strada facendo, chiedendo allo spettatore un piccolo atto di fiducia per ripagarlo con un'esperienza rara, fatta di immagini che restano addosso e di una sincerità che il cinema italiano di oggi mostra soltanto di rado. Le premesse hanno il sapore delle fiabe antiche: in un casolare ai margini di una città del nord dell'isola vivono Piero Arca (Alessandro Haber) e il figlio Giuliano (Romeo Alexander Perrone, nella versione cresciuta del personaggio), circondati da animali feriti che i due raccolgono e curano come possono. Poco lontano abita la famiglia Nonne, notabili convinti che ciò che è fragile vada piegato o eliminato, guidata dal padre Sebastiano (Massimo Popolizio), mentre tra i due mondi si muove la famiglia del notaio Branca, con la giovane Maddalena (Giulia Maenza) e il padre Edoardo (Alberto Cracco). A un certo punto la quiete si spezza e Giuliano parte alla ricerca di chi gli manca.

Da quel momento la storia lascia l'ancoraggio alla cronaca e scivola verso una dimensione onirica, dove ogni sentiero porta a una domanda più che a una risposta, ed è un peccato scoprire di più prima di sedersi in sala.

Il tempo dei miti e il passo di Mereu

La regia ha il passo di chi non ha fretta e può permetterselo. Mereu lascia che le distanze tra uomini e animali si riducano fino quasi a sparire, filma i corpi e le bestie nello stesso spazio, con la stessa dignità, e costruisce così un'idea di appartenenza che nessun dialogo potrebbe spiegare. La fotografia di Francesco Piras asseconda questa visione con grande intelligenza: i boschi dominano le figure senza schiacciarle, le nevicate cancellano i confini e ogni casa porta addosso la morale di chi la abita, con il casolare degli Arca stretto, rumoroso e vivo, la dimora dei Nonne che conserva la morte dietro le teche e le superfici lucide, e il palazzo dei Branca che offre libri e stanze aperte.

Particolarmente riuscito è anche il gioco con il tempo: oggetti, auto e canzoni si sovrappongono in modo volutamente instabile finché non importa più capire quando accadano le cose, dato che la vicenda appartiene a un tempo che ritorna.

È una scelta coraggiosa, che trasforma una storia locale in un racconto capace di parlare a chiunque, e che trova un sostegno prezioso in un cast di grande intensità. Alessandro Haber regala a Piero una bontà tutt'altro che perfetta, fatta di ostinazione e di stanchezza, e la sua presenza resta nel film anche quando il personaggio si allontana dalla scena. Massimo Popolizio dà a Sebastiano una violenza che nasce dalla paura, il che rende la figura più inquietante di qualsiasi cattivo da favola, mentre Romeo Alexander Perrone costruisce un Giuliano inquieto e luminoso insieme, con un corpo sempre pronto a partire. Giulia Maenza porta a Maddalena una vitalità spontanea che si distingue con forza dalla rigidità del mondo che la circonda, e funziona bene anche Lorenzo Richelmy nel ruolo di Michelangelo, figlio di un'educazione che ha trasformato l'autorità in postura.

Dal romanzo alla foresta dei bambini

Il rapporto con il libro di Capitta è quello di una traduzione fedele allo spirito più che alla lettera. L'immagine degli alberi che camminano, migrano e a volte naufragano diventa un'idea di cinema, e la scelta di collocare la vicenda in un tempo mitico dà al racconto una libertà che la pagina da sola non avrebbe. Mereu conosce bene il terreno, visto che con Bellas mariposas e con altre opere ha già dimostrato di saper trasferire la letteratura sarda sullo schermo senza irrigidirla, e qui va oltre, lasciando che i personaggi diventino al tempo stesso persone e idee di mondo, in una tradizione quasi leopardiana che oppone lo stupore dell'infanzia alla freddezza di una ragione che non sa più meravigliarsi.

È in questo solco che nasce l'intuizione più bella, quella della foresta che dà il nome a una comunità di ragazzini sfuggiti alle imposizioni degli adulti. Qui il film trova la sua immagine più potente, quando chi arriva chiede asilo senza sapere che cosa lo aspetti, con negli occhi la speranza di chi si sente finalmente libero, e il passaggio commuove perché non forza mai la mano. L'infanzia, nel film, non è nostalgia ma un luogo da custodire dentro di sé, e forse l'unico in cui la violenza del mondo adulto può ancora essere messa in discussione. Qualche personaggio di contorno avrebbe meritato più spazio e la durata richiede un po' di pazienza, ma sono il prezzo naturale di un'opera che sceglie di respirare lentamente e di seguire più strade insieme, e non intaccano la forza dell'insieme.

Radici in cammino

Alberi erranti è un film che si lascia attraversare come un lungo sogno e che a luci accese continua a lavorare. Salvatore Mereu ritrova il suo territorio e lo trasforma in una favola per adulti, tenera e feroce, capace di dire con immagini nitide che siamo tutti piante in cammino alla ricerca di un approdo. Una delle prove più convincenti della sua carriera, che merita di essere vista sul grande schermo, con il tempo e l'attenzione che richiede.

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