FILM

Backrooms, la recensione: l’orrore delle stanze accanto

Basato su un clamoroso fenomeno virale e diretto dal giovanissimo regista dell’omonima web series, Backrooms è un horror che gioca con efficacia con la dimensione del perturbante.

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Il 13 maggio 2019, su una bacheca del sito 4chan dedicata a una galleria di immagini inquietanti, un utente anonimo pubblica una foto di una grande stanza vuota, con una carta da parati gialla, accompagnata dalla seguente didascalia: «Se non fate attenzione e uscite dalla realtà nelle aree sbagliate, finirete nelle Backrooms, dove non c’è altro che la puzza di vecchie moquette umide, la follia del giallo monocromo, l’incessante rumore di fondo di luci al neon al massimo del loro ronzio e circa seicento milioni di miglia quadrate di stanze vuote segmentate a caso in cui restare intrappolati». Backrooms, la nuova scommessa del distributore A24, parte esattamente da qui: un post evocativo che, sette anni fa, ha dato vita a uno dei maggiori fenomeni virali del web.

Quella bizzarra stanza gialla, in realtà la foto di un negozio della catena statunitense HobbyTown nel bel mezzo di una ristrutturazione, avrebbe stimolato infatti la fantasia di un numero sempre maggiore di utenti, disposti a contribuire a questa angosciosa leggenda metropolitana di internet (creepypasta, nel gergo tecnico) rilanciata nel gennaio 2022 dal californiano Kane Parsons: uno youtuber sedicenne che, con lo username Kane Pixels, avrebbe iniziato a pubblicare sul proprio canale una serie di brevi video in cui venivano rappresentate delle incursioni nelle Backrooms, contribuendo così a definirne l’iconografia e arricchendone la ‘mitologia’ di elementi su cui costruire i più vari tentativi di esegesi. In altre parole, la formula di un mini-horror interattivo concepito mediante il linguaggio e le modalità di interazione di internet stesso.

 

Le Backrooms di Kane Parsons dal web al grande schermo

A quattro anni di distanza Kane Parsons, già autore di diverse web series, fa ora il suo debutto dietro la macchina da presa – ad appena vent’anni – con un progetto di lusso che vede figurare produttori del calibro di James Wan, Shawn Levy e Osgood Perkins e un distributore di prestigio quale A24, che nel campo dell’horror d’autore ha contribuito alla fortuna di cineasti quali Robert Eggers, Ari Aster e Ti West. E riproponendo, perlomeno nell’incipit del film, il peculiare approccio del fenomeno che lui stesso aveva contribuito a diffondere: il punto di vista in soggettiva esaltato dalla tecnica del found footage; le immagini sgranate, figlie di un’era analogica rievocata fedelmente da lì in poi (le VHS e i televisori anni Novanta) e quell’inconfondibile susseguirsi di stanze a tinte gialle, in cui qualcosa appare perennemente fuori posto.

Se il prologo funge da immediato richiamo agli appassionati delle Backrooms, costituisce altresì un efficace primo impatto per tutti gli altri spettatori, coniugando i canoni ormai noti del found footage a un’immersione nei territori dell’uncanny valley: un’atmosfera la cui normalità di facciata è resa intimamente disturbante dalla constatazione che qualcosa viene registrata dalla nostra mente come un’anomalia di matrice quasi onirica. «È come descrivere un cane a qualcuno che non l’ha mai visto, e chiedergli di disegnarlo», è la similitudine usata nel film dal protagonista Clark, interpretato da Chiwetel Ejiofor, mentre tenta di spiegare il proprio ingresso nelle Backrooms alla sua terapista, la dottoressa Mary Kline, che ha il volto dell’attrice norvegese Renate Reinsve, star in ascesa del cinema europeo (da Sentimental Value al recentissimo Fjord).

 

Un viaggio (senza ritorno?) nel labirinto del perturbante

Clark, da un lato, è reduce da una dolorosa separazione e gestisce un negozio di mobili sull’orlo del fallimento il cui seminterrato, di notte, diventa la sua camera da letto. Sull’altro versante, la dottoressa Kline aiuta Clark a far emergere i nodi irrisolti del suo malessere, ma lei stessa ha un subconscio tormentato da ricordi e incubi che affondando le radici in un’infanzia oscura. La componente psicanalitica – senza svelare ulteriori dettagli – diventa dunque la chiave di lettura privilegiata rispetto all’incursione di questi personaggi in un mondo ignoto e inesorabilmente sinistro, in cui Kane Parsons dispiega un ampio ventaglio suggestioni: dai lontani echi di The Blair Witch Project, pietra miliare dell’horror found footage (ma pure un ineludibile modello di viralità nell’era di internet), alle “logge nere” e agli altri interni dalle connotazioni metafisiche di cui si nutre l’immaginario del cinema di David Lynch.

Ma al di là di un gioco delle citazioni potenzialmente infinito (dalle scale impossibili di Maurits Escher alle innumerevoli declinazioni di architetture paradossali, passando per Cube e le realtà parallele di Matrix), Backrooms si fa apprezzare per la sua indubbia capacità di far leva sulla dimensione del perturbante, in primis attraverso il cavernoso labirinto messo in piedi da Trevor Johnston, lo scenografo di fiducia del regista Osgood Perkins: un dedalo di camere e di corridoi in cui il senso di alienazione di un tipico “non-luogo”, una sorta di ufficio asettico e deserto, si intreccia a dettagli orrorifici tanto più spaventosi, quanto più risultano confusi, indistinti, refrattari a farsi incasellare dalle geometrie del raziocinio. Un’ambiguità che assurge a fondamentale tratto identitario del film di Parsons e, fin dove viene mantenuta, si impone anche come il suo più formidabile strumento di fascinazione.

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