Backrooms, la recensione: l’orrore delle stanze accanto
Basato su un clamoroso fenomeno virale e diretto dal giovanissimo regista dell’omonima web series, Backrooms è un horror che gioca con efficacia con la dimensione del perturbante.
Il 13 maggio 2019, su una bacheca del sito 4chan dedicata a una galleria di immagini inquietanti, un utente anonimo pubblica una foto di una grande stanza vuota, con una carta da parati gialla, accompagnata dalla seguente didascalia: «Se non fate attenzione e uscite dalla realtà nelle aree sbagliate, finirete nelle Backrooms, dove non c’è altro che la puzza di vecchie moquette umide, la follia del giallo monocromo, l’incessante rumore di fondo di luci al neon al massimo del loro ronzio e circa seicento milioni di miglia quadrate di stanze vuote segmentate a caso in cui restare intrappolati». Backrooms, la nuova scommessa del distributore A24, parte esattamente da qui: un post evocativo che, sette anni fa, ha dato vita a uno dei maggiori fenomeni virali del web.
Le Backrooms di Kane Parsons dal web al grande schermo
A quattro anni di distanza Kane Parsons, già autore di diverse web series, fa ora il suo debutto dietro la macchina da presa – ad appena vent’anni – con un progetto di lusso che vede figurare produttori del calibro di James Wan, Shawn Levy e Osgood Perkins e un distributore di prestigio quale A24, che nel campo dell’horror d’autore ha contribuito alla fortuna di cineasti quali Robert Eggers, Ari Aster e Ti West. E riproponendo, perlomeno nell’incipit del film, il peculiare approccio del fenomeno che lui stesso aveva contribuito a diffondere: il punto di vista in soggettiva esaltato dalla tecnica del found footage; le immagini sgranate, figlie di un’era analogica rievocata fedelmente da lì in poi (le VHS e i televisori anni Novanta) e quell’inconfondibile susseguirsi di stanze a tinte gialle, in cui qualcosa appare perennemente fuori posto.
Un viaggio (senza ritorno?) nel labirinto del perturbante
Clark, da un lato, è reduce da una dolorosa separazione e gestisce un negozio di mobili sull’orlo del fallimento il cui seminterrato, di notte, diventa la sua camera da letto. Sull’altro versante, la dottoressa Kline aiuta Clark a far emergere i nodi irrisolti del suo malessere, ma lei stessa ha un subconscio tormentato da ricordi e incubi che affondando le radici in un’infanzia oscura. La componente psicanalitica – senza svelare ulteriori dettagli – diventa dunque la chiave di lettura privilegiata rispetto all’incursione di questi personaggi in un mondo ignoto e inesorabilmente sinistro, in cui Kane Parsons dispiega un ampio ventaglio di suggestioni: dai lontani echi di The Blair Witch Project, pietra miliare dell’horror found footage (ma pure un ineludibile modello di viralità nell’era di internet), alle “logge nere” e agli altri interni dalle connotazioni metafisiche di cui si nutre l’immaginario del cinema di David Lynch.