Batman: The Killing Joke, la recensione
La graphic novel di Alan Moore e Brian Bolland diventa un film d'animazione sospeso fra rigore filologico, aggiunte fuori luogo e una performance stellare di Mark Hamill nei panni di Joker
Frank Miller e Alan Moore.
Il secondo, il barbutissimo guru di Northampton autoproclamatosi mago qualche anno fa, ovvero Alan Oswald Moore, con i suoi Batman: The Killing Joke e Che Cosa è Successo all'Uomo del Domani, ha fatto qualcosa di analogo con Batman, o meglio, con il rapporto che lo lega alla sua storica e leggendaria arcinemesi Joker, e Superman, immaginando un mondo in cui Kal-el è "assente" da ben dieci anni.
"All it takes is one bad day to reduce the sanest man alive to lunacy. That's how far the world is from where I am. Just one bad day. You had a bad day once, am I right? I know I am. I can tell. You had a bad day and everything changed."
Questioni di punti di vista, si potrebbe dire.
Pur prescindendo dal fondamentale ruolo ricoperto da The Killing Joke nella genesi del Batman di Tim Burton ("È la prima storia a fumetti che ho letto e una delle mie preferite di Batman", cfr. Burton racconta Burton) e della variante sulla nascita del Joker di Jack Nicholson raccontata dal regista di Burbank nel lungometraggio datato 1989, l'aspetto più interessante di una storia tuttosommato molto breve (64 pagine) è proprio la rappresentazione di come Batman e il principe pagliaccio del crimine di Gotham, siano sostanzialmente due derivazioni, due parti malati speculari e antitetici di una giornata andata particolarmente male.
La morte accidentale della moglie per un anonimo ingegnere con ambizioni da stand-up comedian impiegato in una fabbrica che produce componenti chimici.
C'è chi diventa paladino della giustizia, c'è chi diventa uno psicotico assassino capace di tenere in scacco Gotham City.
Molti, negli Stati Uniti, si sono lasciati andare a j'accuse tanto accorati, quanto ridicoli su come il prologo di Batman: The Killing Joke costruisca il rapporto fra Batman e Batgirl, su come sia andato a snaturare la natura stessa del rapporto mentore-allieva fra i due con un amplesso consumato su un tetto. Mi viene da pensare che "mentori" e "allievi/e" finiscono per avere rapporti sessuali non solo nei fumetti, ma soprattutto nella vita reale da qualche millennio a questa parte, ma con i "comics" è sempre così: i personaggi finiscono per restare cristallizzati nell'ambra come le zanzare di Jurassic Park e guai a deviare dalla norma, pena la gogna internettiana, ma vabbè, andiamo oltre. Il problema - dicevo - è la pessima gestione dello stucchevole rapporto fra Bruce Wayne e Barbara Gordon che non aggiunge alcuno strato emotivo e narrativo degno di nota e, in realtà, pare quasi del tutto scollegato alla seconda parte, quella più direttamente basata sul lavoro di Moore&Bolland.
A lasciare davvero a bocca aperta però è l'incredibile performance vocale di Mark Hamill nei panni di Joker. L'attore, che le platee al di fuori dei paesi anglofoni collegano indissolubilmente all'iconico Luke Skywalker, è legato al mondo DC e alla nemesi di Bruce Wayne fin dall'arrivo in tv della serie animata di Batman nel 1992. In The Killing Joke, il fascino magnetico di un villain che fa della follia la propria regola di vita, risulta rafforzato da una prova vocale in cui il trasporto - e perché no? - il divertimento dell'attore è percepibile in ogni momento, con repentini passaggi di timbro e inflessione, perfetti per chi fa della perversione e della mancanza di un pattern riconoscibile il proprio credo.
Ma la risata finale, faccia a faccia, di Joker e Batman non mancherà di continuare a esercitare la sua distorta attrattiva e di farci domandare ancora una volta se l'Uomo Pipistrello abbia deciso di deviare, per una volta, dal suo imperativo più celebre del "Non fare vittime".
