Blue Moon, la recensione: sorridere con il cuore a pezzi

In Blue Moon, Richard Linklater racconta una notte decisiva nella vita del paroliere Lorenz Hart con un linguaggio teatrale essenziale: il risultato è un grande film.

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È giusto per lo spettatore, al cinema, cercare il cinema. Per questo motivo operazioni come Blue Moon sono talvolta approcciate con diffidenza. Richard Linklater realizza un film piccolissimo, contenuto, teatrale. Racconta, in una quasi perfetta unità di tempo e di spazio, una storia pienamente americana: quella del paroliere Lorenz Hart e della sua notte trascorsa in un bar vicino al teatro di Broadway in cui, il 31 gennaio 1943, ha debuttato Oklahoma!. È chiaro a tutti, ma soprattutto ad Hart, che quel musical sia destinato ad accompagnare la cultura americana negli anni a venire. Un successo incredibile, ottenuto dal musicista Richard Rodgers, arrivato proprio dopo il divorzio lavorativo con il paroliere, che ora osserva, appoggiato a un bancone, un bicchiere che non può bere, come se fosse il simbolo di quel trionfo preso da qualcun altro. La ricaduta nell’alcolismo è lì, a un passo. Così come la sua morte, che apre il film nella prima sequenza.

Blue Moon una riflessione minimale su tutto ciò che spinge l’uomo

Blue Moon

La sceneggiatura di Robert Kaplow racconta l’atmosfera, le ansie e le paure private di Hart come se fosse una pièce teatrale. Pochi personaggi in un unico spazio, un fiume in piena di dialoghi. Eppure, come solo i grandi sanno fare, Linklater trova il grande cinema avvicinandosi alla straordinaria performance di Ethan Hawke (irriconoscibile, anche se per nulla aiutato da un trucco spesso incostante). In quella prossimità che solo la macchina da presa può dare c’è tutto il film. A Linklater basta riprendere il gesto di offrire un sigaro per mostrare l’attrazione e, contemporaneamente, la disperazione che può suscitare un aneddoto erotico raccontato dalla persona verso cui si è attratti. Un mazzo di carte che cade per terra, evidenziando i centimetri in meno nell’altezza di Hart, è la manifestazione plateale di una sconfitta subita in una sfida mascherata in ogni modo e di cui solo Hart ha coscienza.

Nella prima parte di Blue Moon, la meno appassionante, il gioco è quello di ascoltare parole pronunciate in confidenza. Si esprime l’antipatia verso il punto esclamativo di Oklahoma!, la gelosia emerge rapidamente come fastidio, una disapprovazione verso la qualità dell’opera che non può essere resa pubblica. È Hart che si prepara a mantenere una posa sociale, a fare i complimenti al collega che arriverà di lì a poco. Il trionfo ottenuto con il sodalizio con il nuovo librettista Oscar Hammerstein è come un tradimento in una storia d’amore.

La passione è dolore

A complicare il lavoro del film c’è l’omosessualità del paroliere. Conservata nell’intimità, come erano costretti a fare molti uomini degli anni ’40, è però dedotta dalle persone a lui vicine. In quella notte, il coming out è però inaspettato e di diverso registro: egli dichiara la sua passione totalizzante e ricambiata platonicamente per la giovane Elisabeth (Margaret Qualley). Cosa lo spinge tra le braccia della ragazza?

La seconda e la terza parte di Blue Moon si contraddistinguono per gli incontri. C’è quello con Richard Rodgers e l’inquietudine di chi si sente spostato nelle carrozze di coda di un treno che corre all’impazzata. Linklater è bravissimo nell’evitare ciò che fanno i peggiori biopic. Toglie i punti esclamativi, proprio come vorrebbe fare Hart da Oklahoma!, e mette i punti di domanda. Quale dolore accompagna il protagonista senza che noi possiamo conoscerlo? Tutte quelle parole poetiche che riversa sono uno scudo verso quale fragilità? Ci sono manifestazioni pubbliche di un sentimento, eppure lo spettatore si ritrova a chiedersi cosa ci sia dietro a quella maschera, quale sia la vera emozione provata. In questa domanda c’è tanto lavoro per chi guarda, ma è qui che si costruisce un grande film.

Dopo una partenza faticosa Blue Moon scava sempre più in profondità, ripagando la pazienza nel terzo atto. L’incontro con Elizabeth ricorda cosa può fare in una sequenza la recitazione. Il dialogo tra i due si apre come un prisma di stati d’animo. Sembra di sapere tutto, eppure più i due parlano meno si comprende la portata delle emozioni e delle confessioni che si fanno. La superficie del volto con cui ritornano in pubblico è quella di una commedia. Dentro di loro, forse, c’è un dramma.

Blue Moon è l’invito di Linklater a scavare. A vedere il dolore che la passione porta con sé. A conoscere le ombre lunghe che il successo porta su chi non l’ha avuto. A prenderci il tempo e lo spazio per distinguere il teatro della socialità, dalla fragilità della vita vera.

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