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Camp Miasma – Adolescenza, sesso e morte, la recensione: l’orrore e la bellezza di essere queer

In Camp Miasma – Adolescenza, sesso e morte, Jane Schoenbrun rielabora i codici dello slasher dando vita a un film al contempo bizzarro e tenero, sospeso fra surrealismo e metacinema.

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Un curioso paradosso è insito nel cinema horror: un genere legato per definizione al perturbante, alla mostruosità, alla violenza, ma che tuttavia, apoggiandosi spesso a convenzioni rigorose e ben definite, evoca un senso di familiarità tale da poter risultare, talvolta, addirittura rassicurante.

Ed è proprio in questo paradosso che si crogiola Kris, interpretata da Hannah Einbinder, la protagonista di Camp Miasma – Adolescenza, sesso e morte, mentre si tuffa in una confortevole serata a base di popcorn, caramelle gommose e del DVD di uno degli innumerevoli sequel di Camp Miasma, durante il suo viaggio verso le location della fantomatica saga horror che la ossessiona fin da quando era bambina.

La rivisitazione dell’horror nel cinema di Jane Schoenbrun

È un paradosso che la nostra Kris, giovane regista della scena indipendente assoldata per riportare in vita la suddetta saga, sembra condividere con Jane Schoenbrun, trentanovenne cineasta newyorkese qui al suo terzo lungometraggio di finzione, e per la terza volta alle prese con codici e stilemi del genere horror, rielaborati però in chiave personalissima e declinandoli in rapporto con la realtà virtuale e mediatica: nel 2021, We’re All Going to the World’s Fair esplorava la costruzione e la dissoluzione dell’identità individuale all’interno del web, partendo da una fantomatica challenge di internet; nel 2024, Ho visto la TV brillare affrontava temi analoghi intrecciando l’esistenza dei personaggi con un fittizio programma televisivo, The Pink Opaque, di cui sono appassionati.

Nelle precedenti opere di Jane Schoenbrun, internet e la TV diventavano dunque la cornice entro cui mettere in scena l’allegoria di un percorso di formazione legato all’esperienza queer e transgender e alla disforia di genere, riallacciandosi alla vicenda autobiografica di Schoenbrun, transessuale e di genere non binario. Un approccio rintracciabile, per buona parte, anche in Camp Miasma – Adolescenza, sesso e morte, accolto con entusiasmo nella sezione Un certain regard al Festival di Cannes 2026, dove si è aggiudicato la Queer Palm come miglior film a tematica LGBT, e distribuito da MUBI in contemporanea nelle sale americane ed europee (Italia inclusa): dagli schermi di computer e TV, stavolta il fulcro narrativo risiede invece nel cinema, e nello specifico nell’horror.

Camp Miasma, come apprendiamo negli strepitosi titoli di testa sulle note della cover di Okay Kaya di Nightswimming dei REM, è il titolo di un B-movie degli anni Ottanta, epoca d’oro del filone slasher, trasformatosi in un fenomeno di culto, tanto da aver dato vita a una serie cinematografica andata incontro a un progressivo e inarrestabile declino. A partire da copertine di VHS, merchandising e articoli di riviste specializzate, Jane Schoenbrun costruisce un intero immaginario attorno a Camp Miasma, prendendo in prestito soprattutto l’iconografia di Venerdì 13 (ma citando indirettamente anche un suo meno fortunato epigono, Sleepaway Camp), e ci presenta Kris come la regista di belle speranze determinata a rianimare il franchise secondo una sensibilità più vicina allo “spirito del tempo”.

L’irresistibile tête-à-tête fra Hannah Einbinder e Gillian Anderson

Lo spunto metacinematografico fornisce a Jane Schoenbrun l’occasione di adottare spesso i toni della satira anti-hollywoodiana, innervando il film di una vis comica per lei inedita: dall’etichetta di “zombie IP”, una proprietà intellettuale “non morta” ma inutilizzabile in quanto contiene elementi considerati problematici, all’irrisione delle logiche produttive dell’industria nel corso di un delirante meeting online (con un divertente cameo di Dylan Baker). Ma al di là dei risvolti satirici, gli aspetti appena descritti rientrano in un discorso ben più complesso e composito, che però non prescinde mai dalla capacità di fascinazione del racconto: l’immersione nell’atmosfera innevata dei boschi della British Columbia, nelle suggestive location che, a quattro decenni di distanza, sono diventate la dimora dell’attrice del primo film.

Camp Miasma – Adolescenza, sesso e morte parte infatti dall’incontro fra Kris, sospesa fra l’entusiasmo della fan adorante e una crescente inquietudine, e Billy Presley, la final girl di Camp Miasma, che dopo il successo del capostipite si era rifiutata di recitare nei sequel, abbandonando la carriera cinematografica per rinchiudersi in un volontario isolamento nei luoghi delle riprese. Billy, che nelle sequenze di Camp Miasma ha il volto di Amanda Fix, è incarnata da una Gillian Anderson tanto algida e impenetrabile quanto inesorabilmente magnetica: è la Norma Desmond dello slasher, con tanto di turbante alla Gloria Swanson, e come in Viale del tramonto è una donna ancorata al suo glorioso passato, riproiettando all’infinito l’immagine di se stessa da giovane in una sinistra baita-mausoleo.

Il faccia a faccia fra le due donne costituisce l’autentico nucleo drammatico del film, portando Kris a una sorta di rispecchiamento che funge anche da operazione di disvelamento di se stessa, dei propri desideri e ancor più delle proprie paure. Hannah Einbinder, star televisiva per la prima volta quest’anno sul grande schermo, è una scelta di casting ispiratissima, in splendido equilibrio fra ironia e nevrosi, in un ruolo che ricorda da vicino la sua Ava Daniels della serie TV Hacks: un’autrice progressista costretta a confrontarsi con una matura attrice e con una diversa prospettiva sul mondo dello spettacolo. Qui Jane Schoenbrun ne fa un suo potenziale alter ego, usandola per far affiorare un intimo senso di disagio e la necessità idiosincratica di razionalizzare ogni esperienza.

L’apologia della stranezza tra slasher, farsa e metacinema

Perché al di là dei lati farseschi nell’omaggio agli slasher, con teste e arti mozzati da cui zampillano fontane di sangue, e al meta-commento su stereotipi e transfobia, il cuore pulsante di Camp Miasma – l’opera di Schoenbrun, ma pure il “film nel film” – si ricollega alla profonda empatia fra Kris, la bambina di ieri e l’adulta di oggi, e la final girl che, nell’atto di perdere la verginità, osserva con sguardo sbarrato Little Death, “l’occhio che uccide” (l’occhio è l’unico dettaglio umano a trapelare dalla maschera del serial killer), in un’ideale compenetrazione fra Eros e Thanatos, fra l’atto di uccidere e la “piccola morte” dell’orgasmo: quell’estasi a cui la cui protagonista non è mai riuscita ad abbandonarsi del tutto, ingabbiata in una dissociazione conflittuale fra il corpo e la mente.

E allora l’horror, per tornare al paradosso iniziale, può davvero assumere i contorni di un “universo parallelo privato” in cui cercare rifugio: un microcosmo con artificiose scenografie dai toni pastello – o con tinte di un vibrante rosso sangue – entro cui scrivere la propria storia, proprio come sta facendo (in una svolta metafilmica forse non per tutti i palati) il villain androgino e transgender Little Death, interpretato fra l’altro dal Jack Haven di Ho visto la TV brillare. Ecco dunque che questa rivisitazione quasi postmoderna dello slasher si rivela in fondo un tenerissimo racconto sulla possibilità di assumere nuove prospettive e sul potere dell’immaginazione – e del cinema – come celebrazione salvifica della propria stranezza. Quella stranezza, intesa pure come queerness, a cui i film di Jane Schoenbrun continuano orgogliosamente a dar voce.

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