Cannes 2026 - Garance, la recensione: Adèle Exarchopoulos salva un dramma che resta in superficie
Nel ritratto di un’alcolista fragile e autodistruttiva, Jeanne Herry sfiora il dolore senza mai scavarlo davvero. A salvare Garance resta il magnetismo tormentato di Adèle Exarchopoulos.
Scritto e diretto da Jeanne Herry, Garance porta il nome della sua protagonista. È la storia di una giovane attrice, interpretata da Adéle Exarchopoulos, che cerca di sbarcare il lunario come meglio può tra spettacoli per bambini e qualche lavoro di doppiaggio, ma che fatica a stare dietro a sé stessa e a trovare soddisfazione nel suo lavoro. Per cercare di riempire il vuoto che la divora, Garance si ubriaca tutti i giorni, finché il suo alcolismo non diventa l’ingombrante protagonista della sua vita.
Ce la facciamo grazie ad Adèle Exarchopoulos, che fortunatamente è un’attrice formidabile. È lei che infonde nel suo personaggio la giusta dose di autoironia e carattere che rende il film quantomeno scorrevole.
E proprio in Exarchopoulos prendono corpo gli opposti che il film vuole raccontare, ovvero la fragilità e insieme la determinazione di chi soffre ma, volendo essere testardamente autosufficiente, si priva dell’aiuto degli altri. Il rischio concreto è quello di perdere il lavoro, le relazioni che contano e la possibilità di essere felici. È la condanna di chi è talmente abituato a soffrire che la sola idea di vivere diversamente diventa impensabile: è una questione identitaria, e lasciare andare vuol dire affrontare la morte metaforica della persona che si è stati.