Cannes 2026 - Minotaur, la recensione: nella cattedrale brutalista di Andrey Zvyagintsev
Con Minotaur, Andrey Zvyagintsev firma un thriller geopolitico glaciale e brutalista: il dramma borghese incontra l'ombra della guerra in Ucraina in una Russia svuotata e senza morale.
Richiami alla mitologia classica, guerra in Ucraina, remake di un classico francese. Si può tenere tutto assieme se sei Andrey Zvyagintsev, il più grande autore russo vivente. Gleb (Dmitriy Mazurov) e Galina (Iris Lebedeva) sono sposati e hanno un figlio. Vivono in una povertà lussuosa: ricca ma non bella, un luogo morto da abitare. Sono anime svuotate, corpi che si muovono e compiono gesti quotidiani per inerzia. Galina è stanca. Stanca di essere moglie e madre, stanca dei suoi ruoli. Inizia così una relazione amorosa con Anton, uno squattrinato fotografo. Gleb lo scopre, o forse lo sa già da tempo. È il tipo di storia destinata a finir male, e lo sappiamo anche perché si tratta del rifacimento di La Femme infidèle (1969) di Chabrol. Quel che cambia, però, è tutto il contesto. Siamo nel 2022, la Russia ha appena invaso l’Ucraina. Gleb e altri piccoli imprenditori di provincia come lui vengono chiamati dal sindaco. L’ordine è chiaro: selezionare i dipendenti meno utili per mandarli alla leva militare. Sono i quattordici sacrifici gettati nel labirinto del Minotauro.
A lei e all’amante Anton è dedicata l’unica sequenza in cui si avverte del calore: un lungo piano-sequenza ambientato nell’appartamento del fotografo, in cui i due giocano, si divertono, si fotografano e fanno l’amore. La videocamera volteggia, ariosa e vitale, prima di uno stacco che ci riporta su di loro a fine rapporto, avvinghiati. La fine, appunto.
In quello stesso appartamento, anche Gleb darà segni di vita. Accade dopo aver ucciso Anton, quando cerca impacciato di disfarsi del cadavere e delle prove. È una sequenza lunga. Zvyagintsev e il fidato direttore della fotografia Krichman ce la mostrano con svariati long-take a inquadratura fissa. Sguardi sempre parziali, da angolazioni insolite. È come se stessimo sbirciando, inermi ma assolutamente complici di quello che sta avvenendo. Di quell’assassino impunito. Di tutti gli assassini impuniti. Ma anche agli spudorati che sembrano volare sopra ogni dramma, alla fine, basta uno sguardo verso il basso per accorgersi che il mondo sta bruciando.