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Carrie, la recensione: il vero orrore è intorno a noi

Mike Flanagan riporta il classico di Stephen King nel 2026: un’accusa audace alla società americana e al mondo moderno che brilla per intelligenza e sensibilità, pur allontanandosi dall’opera originale.

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Questa è l’era degli adattamenti di Stephen King. Lo è da parecchio, eppure l’arrivo di Mike Flanagan ha dato vita a un sodalizio decisamente diverso - probabilmente il più apprezzato e riuscito di sempre, per quanto riguarda il re del brivido. Era destino: Flanagan era un autore kinghiano ancor prima di entrare in contatto con le opere del suo idolo. Il fatto che i due si siano trovati e stiano riuscendo a rielaborare diversi scritti sotto una visione comune è una fortuna che verrà ricordata per parecchio tempo - soprattutto se il progetto più ambizioso di tutti, La Torre Nera, dovesse davvero riuscire a vedere la luce.

In quest’ottica, Prime Video è diventata la cornice ideale per adattamenti seriali sempre più grandi in cui King e Flanagan fungono da perno centrale e filo conduttore. Ad aprire le danze è proprio Carrie, l’opera prima del celebre autore che rinasce sullo schermo sotto una veste completamente nuova, abbracciando la modernità senza paura di cambiare. Un’operazione che punta a discostarsi dal famoso film di De Palma e che guarda ai ragazzi di oggi, a un’America alla deriva e a un mondo sempre più complesso in cui il male trova sempre terreno fertile. Qui Flanagan spinge con forza sull’aspetto sociale dell’opera, legando la storia di Carrie a un dolore moderno che nasce dal bullismo e si amplifica nel mondo digitale. Nella serie di Prime Video la protagonista è in un liceo americano di oggi, immersa nella società dei social e della violenza.

Lo showrunner attinge dal mito di King per rielaborare la natura stessa del potere che sfugge al controllo, mostrando tutta la sua empatia nel costruire (e tentare di comprendere) personaggi assai complessi. Il dramma incontra l’orrore e, paradossalmente, riesce quasi a inglobarlo. Una presa di posizione che farà discutere, ma che non sminuisce il valore dell’opera e punta su una solida certezza: forse il mondo di oggi è diventato persino più spaventoso di quanto potessimo immaginare anni fa.

Uno sguardo al presente

Una scena di Carrie - ©Prime Video

Per certi versi, la scelta di Flanagan era l’unica opzione possibile. Per rendere attuale e coinvolgente una narrazione vecchia di 50 anni (specialmente passando dalle pagine allo schermo) l’impatto originale di Carrie aveva bisogno di cambiamenti sostanziali: il finale del film lo conoscono tutti, così come i traumi della giovane protagonista. Eppure sta qui la grandezza di un autore che conosce a menadito chi quelle pagine le ha scritte: Flanagan non snatura l’opera nel suo complesso, perché ne ha colto sin da subito lo spirito e il messaggio. Non è banale, né tantomeno retorico raccontare i giovani di oggi: si tratta della scelta più coraggiosa per confrontarsi con un reale sempre più cupo.

Come se lo showrunner volesse dimostrare che il male non svanisce nel tempo, ma cambia forma, passando dal fisico al virtuale senza lasciare scampo. Il dolore diventa così strumento, mezzo e concausa: il vero male del nostro tempo allontana questa Carrie da qualsiasi confronto e porta la serie su un livello persino superiore nel tentativo di sfruttare quel dolore per raccontare una crisi molto più generale e profonda. Flanagan non si nasconde e lo rappresenta chiaramente: l’America non sa più come proteggere il proprio futuro. La serie approfondisce trame, sottotrame e temi differenti, arrivando spesso sull’orlo della ridondanza - il racconto esige una certa gravitas, ma non per questo deve risultare eccessivamente pesante per lo spettatore.

L’opera che arriverà su Prime Video dal 7 Ottobre è una diretta conseguenza di queste scelte: una storia che non perde la bussola, arricchita da numerosi elementi che permettono di guardare il male da vicino, in modo che chiunque possa comprenderlo fino in fondo.

Una dichiarazione d’intenti

Una scena di Carrie - ©Prime Video

Non ha paura di ragionare per estremi, questo adattamento di Carrie, polarizzato nella sua stessa natura e per questo inevitabilmente polarizzante anche nelle opinioni dopo la visione. Che lo si ami o lo si odi, è innegabile che Flanagan abbia trovato il modo di raccontare una storia emblematica per l'intera opera kinghiana senza perdere di vista ciò che conta davvero. I giovani restano al centro della scena, gli adulti incapaci acquisiscono tridimensionalità sullo sfondo. A stupire però è soprattutto la temerarietà con cui lo showrunner cambia le carte in tavola, ampliando il finale con risvolti inaspettati che lasceranno sicuramente il segno. Paradossalmente, un orrore meno convenzionale era esattamente ciò che serviva a uno show del genere per poter dire la sua in un contesto sempre più intriso di banalità.

Retto da una fortissima interpretazione di Summer H. Howell, questo nuovo adattamento di Carrie ha tutte le carte in regola per stimolare lo spettatore verso nuove riflessioni, ampliando il proprio sguardo dal particolare al generale - e a una dimensione sociale squisitamente attuale. Prime Video ha tra le mani un progetto coraggioso, con un enorme potenziale e la penna giusta per muoversi tra capisaldi della letteratura di genere senza alcun timore. Di fronte a una consapevolezza creativa di questa portata, si può anche soprassedere su eventuali eccessi di emotività o giudizio. Tra passato e presente, l’universo di Stephen King avrà ancora molto da raccontare - e la serialità dello streaming potrebbe davvero essere la sua dimensione ideale.

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