Clayface, la recensione: la vita da villain è un horror
DC prende l’idea di contaminare il proprio universo con l’orrore più seriamente del previsto. Ne risulta un B-movie ad alto budget, derivativo ma capace di ricordarci il potenziale estremo del cinecomic.
Matt Hagan (Tom Rhys Harries), la star del cinema più in ascesa di Gotham, va a letto con la moglie di un gangster che lo sfregia distruggendogli la carriera. Ritrova la speranza in una scienziata (Naomi Ackie) in grado di ridargli il suo volto fotogenico. Ma qualcosa va storto con la cura.
A un quarto di secolo da X-Men (2000) e Spider-Man (2002) che ne sancirono la modernità dopo le fantasmagorie gotico-camp dei primi Batman, e passato anche il dominio Marvel degli anni 2010, si può ormai parlare dei supereroi come di un genere “classico”, che nella sua storia ha attraversato diverse fasi ed evoluzioni.
In particolare, le progressive spinte modernizzanti di Nolan (realismo tecnologico), Marvel (modello seriale character-based) e DC (modello mitologico prima, psicologico poi) hanno contribuito negli anni ad allontanare il genere da una componente body che era invece fortissima nei capostipiti di Raimi, Singer e Ang Lee. Artisti avvezzi al genere e al dark, certo. Ma anche eredi di un vocabolario filmico precedente, che in quanto a mutazioni genetiche e poteri paranormali non poteva non guardare al fantahorror dei Cronenberg (Scanners, La mosca) e De Palma (Carrie, Fury).
È un’operazione interessante a prescindere dalla riuscita (discreta) perché azzera la componente di nerdismo del cinecomic per ridargli strumenti espressivi che lo pongono in dialogo diretto col presente. Finalmente un film Super torna a parlare la lingua della fantascienza, rivendicando il piacere di una suggestione grafica che (senza mai farsi allegoria esplicita) gioca sullo stesso terreno sociopolitico del cinema con cui sembrava aver tagliato il cordone ombelicale.
A questo proposito, sarebbe sbagliato ridurre Clayface alla copia corporate di The Substance e derivati, di cùi ripropone la satira hollywoodiana e l’ossessione per il rapporto schizofrenico con l’immagine. Anzitutto perché a un tema così frequentato contribuisce un’idea narrativa originale: quella di fare del volto uno strumento inedito di tensione, distruggendolo in chiave gore dal minuto 1 per poi giocare sadicamente su primi piani e inquadrature di profilo che lasciano col fiato sospeso all’idea di improvvise nuove deformazioni.
A tenere insieme tutto c’è poi il melodramma, che della lezione cronenberghiana – tolto Luca Guadagnino – è forse la componente dimenticata dal nuovo body horror, che qui accompagna (piacevolmente integrato con la tensione) alcuni dei momenti migliori di esitazione e frammentazione identitaria. Clayface riesce quindi a essere un interessante compendio del genere - per quanto più annacquato e generico dei suoi modelli - tenendo in buon equilibrio iniezioni estreme e bisogno di funzionare come cinecomic. Vedere come il gore spinto della prima parte sfuma saggiamente nell’azione metamorfica della seconda, scandendo il passaggio concettuale da condizione a superpotere. Speriamo non sia solo una fase.