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Clayface, la recensione: la vita da villain è un horror

DC prende l’idea di contaminare il proprio universo con l’orrore più seriamente del previsto. Ne risulta un B-movie ad alto budget, derivativo ma capace di ricordarci il potenziale estremo del cinecomic.

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Matt Hagan (Tom Rhys Harries), la star del cinema più in ascesa di Gotham, va a letto con la moglie di un gangster che lo sfregia distruggendogli la carriera. Ritrova la speranza in una scienziata (Naomi Ackie) in grado di ridargli il suo volto fotogenico. Ma qualcosa va storto con la cura.

C'è qualcosa di oggettivamente affascinante nel rapporto tra la virata body horror del terzo film DC (gestione Gunn) e il genere supereroistico. Non per l’operazione commerciale in se, abbastanza cristallina: uno standalone giocato in prudenza, con un budget più snello del solito, saltando sul carro del (sotto)genere più caldo di questi anni; ma perché nel realizzarla, James Watkins e il duo Flanagan-Amini si trovano sorprendentemente a lavorare di retroguardia, riscoprendo – più che improvvisando – una corporeità perturbante del superhero.

Una scena di Clayface - ©Warner Bros.

A un quarto di secolo da X-Men (2000) e Spider-Man (2002) che ne sancirono la modernità dopo le fantasmagorie gotico-camp dei primi Batman, e passato anche il dominio Marvel degli anni 2010, si può ormai parlare dei supereroi come di un genere “classico”, che nella sua storia ha attraversato diverse fasi ed evoluzioni.

In particolare, le progressive spinte modernizzanti di Nolan (realismo tecnologico), Marvel (modello seriale character-based) e DC (modello mitologico prima, psicologico poi) hanno contribuito negli anni ad allontanare il genere da una componente body che era invece fortissima nei capostipiti di Raimi, Singer e Ang Lee. Artisti avvezzi al genere e al dark, certo. Ma anche eredi di un vocabolario filmico precedente, che in quanto a mutazioni genetiche e poteri paranormali non poteva non guardare al fantahorror dei Cronenberg (Scanners, La mosca) e De Palma (Carrie, Fury).

Davanti alla sfida di imitare le nùove enfants terribles Coralie Fargeat e Jùlia Dùcoùrnaù, e come se il genere (almeno per una volta) si ricordasse di avere dentro di se questo repertorio primordiale, fatto delle polluzioni di Tobey Maguire, degli arti incontrollabili di Octopus, del brivido epidermico di Mystica e Rogue, delle automutilazioni di Angelo. E seguendo un’intuizione intelligente – ogni supercattivo, se preso sul serio, porta in se un principio orrorifico – decidesse di applicarli fino in fondo, trattando una origin story fumettistica come un horror fatto e finito.

È un’operazione interessante a prescindere dalla riuscita (discreta) perché azzera la componente di nerdismo del cinecomic per ridargli strumenti espressivi che lo pongono in dialogo diretto col presente. Finalmente un film Super torna a parlare la lingua della fantascienza, rivendicando il piacere di una suggestione grafica che (senza mai farsi allegoria esplicita) gioca sullo stesso terreno sociopolitico del cinema con cui sembrava aver tagliato il cordone ombelicale.

A questo proposito, sarebbe sbagliato ridurre Clayface alla copia corporate di The Substance e derivati, di cùi ripropone la satira hollywoodiana e l’ossessione per il rapporto schizofrenico con l’immagine. Anzitutto perché a un tema così frequentato contribuisce un’idea narrativa originale: quella di fare del volto uno strumento inedito di tensione, distruggendolo in chiave gore dal minuto 1 per poi giocare sadicamente su primi piani e inquadrature di profilo che lasciano col fiato sospeso all’idea di improvvise nuove deformazioni.

Una scena di Clayface - ©Warner Bros.

Poi per la capacita di gestire insieme più registri di cinema body, trovando la formula per una convivenza di stili e suggestioni che rimandano a tradizioni non per forza comunicanti: c’è ovviamente l’horror del volto e della metamorfosi, che sposa il tono operatico di Darkman con le ansie imitative di un Face/Off. Non a caso Gianluca Arnone ha parlato di paura del deepfake, a cui potremmo aggiungere in chiave politica la capacità rigenerativa del populismo giustizialista nascosto sotto il mito del supereroe (“sto venendo a prendervi tutti. E l’inferno verrà con me” dice Matt al culmine della sua vendetta, facendo il verso al vigilante di un film da lui interpretato).

A tenere insieme tutto c’è poi il melodramma, che della lezione cronenberghiana – tolto Luca Guadagnino – è forse la componente dimenticata dal nuovo body horror, che qui accompagna (piacevolmente integrato con la tensione) alcuni dei momenti migliori di esitazione e frammentazione identitaria. Clayface riesce quindi a essere un interessante compendio del genere - per quanto più annacquato e generico dei suoi modelli - tenendo in buon equilibrio iniezioni estreme e bisogno di funzionare come cinecomic. Vedere come il gore spinto della prima parte sfuma saggiamente nell’azione metamorfica della seconda, scandendo il passaggio concettuale da condizione a superpotere. Speriamo non sia solo una fase.

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