FILM

Colony, la recensione: chi di zombie ferisce…

Uno dei più promettenti cineasti sudcoreani contemporanei è clamorosamente inciampato, restando vittima di ciò che lo aveva reso famoso al grande pubblico. Fuori concorso al ToHorror 2026, dopo il passaggio a Cannes e al Sitges.

Condividi

C'era una volta una promessa. I suoi primi due lungometraggi – il folgorante The King of Pigs e l’irripetibile The Fake, sgrammaticati e antispettacolari ma di un'intensità rara – avevano attirato l’attenzione tanto sul suo nome e il suo sguardo lucidissimo quanto sull'animazione sudcoreana, sovente in ombra rispetto alla sorella nipponica, nonostante una produzione piuttosto corposa anche al tempo. Già questi due, in particolare il secondo, avrebbero potuto garantirgli un credito a vita, a prescindere dal seguito. Era inevitabile però aspettarsi il volo al vero banco di prova, alla prima grande occasione. E non tardò ad arrivare, fuori dal territorio dell’animazione. Il resto è storia ben nota: Train to Busan esordisce a Cannes nel 2016 e diventa in pochissimo tempo uno dei più grandi successi sudcoreani degli ultimi decenni. Gli zombie elevano Yeon a cineasta di culto e fanno arrivare il suo nome alle grandi, grandissime platee. Cosa può andare storto? Tutto, da quel momento in poi.

Già dal film successivo – il discreto Seoul Station, prequel animato del suo lavoro più rinomato – la carriera del regista di Seoul sembra prendere una traiettoria discendente, priva della capacità di riflessione sul contemporaneo che lo aveva portato alla ribalta. Le collaborazioni con Netflix, tra lunghi (Tre rivelazioni e Jung_E, fuori da ogni ragione e buon senso cinematografico) e serialità (Hellbound e Kiseiju - La zona grigia), non solo non aiutano ma, nei limiti del possibile, scavano ulteriormente e irrimediabilmente la fossa alla stima cinefila e critica. La soluzione è tornare sul luogo del delitto, nonostante gli sporadici tentativi di riallacciarsi al filone, come nel caso dell'ennesimo sfruttamento di Train to Busan, il fallimentare sequel apocalittico Peninsula.

Uno per tutti, tutti per uno

Colony sembrerebbe, dunque, pane per i denti di Yeon Sang-ho. Un nuovo incontro-scontro con zombie ipercinetici, a pieno contatto però con la modernità tecnologica e le sue ripercussioni etiche. Eppure quelle stesse creature, quei non morti così radicati nel suo destino, sembrano averlo imbrigliato, impantanato, se non azzoppato del tutto. Dieci anni fa era un treno diretto a Busan il nucleo drammaturgico di una vicenda che, oltre alla lotta senza sosta contro gli zombie, cercava di raccontare la Corea del Sud coeva e il suo malsano declino. Adesso l'azione di sposta a Seoul, in un grattacielo nel cuore della città - e quindi dall’orizzontalità dei vagoni del treno alla verticalità dei piani del palazzo - sede di un convegno sulle biotecnologie, all'interno del quale si riversano centinaia di individui e che da lì a poco diventerà la prigione di questi ultimi, isolati per un giorno intero nella quarantena di un virus - che si diffonderà rapidamente, trasformando gli infetti in mostruosità fuori controllo - utilizzato come attacco terroristico per vendetta personale e professionale.

È sicuramente suggestiva, specie in quanto riflesso di un discorso attivo e concreto nel contemporaneo, la natura colonica - da lì il titolo - degli zombie, un aggiornamento della mitologia che li rende comunicanti tra loro attraverso una cellula madre che veicola informazioni volte al miglioramento adattivo. Le creature così non sono più massa informe di corpi in movimento verso prede in vita, quanto piuttosto soldati in grado di imparare, seguire dei dettami e grazie a essi evolversi, facendo gioco di squadra per arrivare all'obiettivo. In ciò non è difficile, anzi a tratti sfiora la didascalia, intercettare una certa paura per una sorta di totalitarismo tecnologico, nelle quali l’individuo perde la centralità in un sistema comunicativo iperconnesso, rapidissimo e che porta all’automatismo, inglobando le identità in un nucleo di potere altro. Da suggestivo a interessante, figuriamoci stimolante, il passo è però lunghissimo. Perché, a conti fatti, Colony sta evidentemente tutto lì, nell’autocompiacimento del suo concetto alla base. Mai oltre.

A scanso di equivoci

Il vero limite infatti – dove si conferma una copia, pure sbiadita, di mille riassunti – è in una costruzione narrativa calpestata allo sfinimento dalla volontà di rendere tutto chiaro, inequivocabile, consequenziale quasi come un calcolo matematico (non uno complesso, più un 2+2). Oltre le sue premesse, e dunque lungo tutta la sua durata, Colony sembra girare a vuoto - anni luce distante dalla lucida e amara asciuttezza degli esordi -, senza ulteriori guizzi e vie per la ricerca di mistero, prospettiva, sfumatura. Sembra avere poco da dire oggi Yeon Sang-ho, sul mondo e quindi su chi lo vive, prosciugato e spinto per inerzia a raschiare il fondo del barile.

Un B-movie che gioca a fare l’autoriale, tra spiegoni illuminati e abbozzate relazioni familiari, perdendo di vista entrambe le facce e restando monco di vita, brivido, caratterizzazione. Incerto sulla propria identità: da un lato mai in grado di addentrarsi nei meandri delle sue storie, delle sue implicazioni sociali o delle speculazioni scientifiche, dall’altro quasi imbarazzato dalle sue stravaganze corporee, dalla sua sana immediatezza orrorifica fine a se stessa, concentrata nel primo quarto d’ora. Così tutto, dopo aver richiamato l’attenzione urlando a squarciagola e dichiarando le smodate ambizioni, resta in superficie, illuso di poter essere concettualmente autosufficiente, di poter metter sul piatto delle idee e pensare che esse possano, da sole, costruire qualcosa per due intere ore, senza una scrittura che non senta la maldestra e aberrante esigenza di esplicitare ogni passaggio e manomettere la suspense.

Si è lontani, ed è forse l’aspetto più difficile da digerire, persino dalla spettacolarità scenica e tensiva dei lavori precedenti, pure di quelli meno riusciti. Nonostante sia vero che, in questo tipo di cinema, la coerenza interna vale meno dell’azione esasperata, il caos di movimenti e coreografie (quelle poche volte in cui pare efficace, è più per merito dei contorsionisti, loro sì formidabili, che della regia) è frustrante nella sua reiterazione confusa e ridondante. Colony (ed è una notizia) sembra persino molto al di sotto degli standard produttivi ai quali ha abituato nell’ultimo ventennio la Corea del Sud, pensato con sufficienza ed eseguito con il pilota automatico. Al punto da far rimpiangere, chi l’avrebbe mai detto, quel disastro massimalista di Peninsula, che quantomeno sapeva di essere un gran baraccone e, probabilmente, non voleva niente di più che identificarsi nell’ennesimo tassello di questa vita di rendita-zombie.

Con la speranza che questa fase possa fare da raccolta fondi per un ritorno all’animazione, ancora stabilmente punto più alto di una carriera in caduta libera, di cui Colony pare, al momento, il punto più basso. Una carriera che sembra riflettere, per altro, l’inanità dell'intera (o quasi) produzione orrorifica e fantascientifica sudcoreana recente. Quasi, appunto: perché poi salta fuori qualcosa come Hope di Na Hong-jin e quel capolinea sembra lontano.

Continua a leggere su BadTaste