Cry Macho, la recensione
Cry Macho di Clint Eastwood non è un film testamento ma un altro prezioso tassello che, lucidamente, (de)costruisce il mito di Eastwood con il suo profondo senso di bontà e dignità.
Se c’è qualcosa che Clint Eastwood ha reso indistruttibile alla prova del tempo, in decenni di carriera davanti e dietro la macchina da presa, è quel profondo senso di dignità dell’individuo - e della sua figura in primis - che pervade ogni sua opera. Per questo motivo (e per la quantità incalcolabile di volte in cui Eastwood ha messo in discussione il suo essere eroe e tough man, con Unforgiven che forse riassume ogni discorso) è forse poco sensato chiedersi se Cry Macho sia un film testamento: Cry Macho vive di quella dignità guadagnata. E, nonostante tutto intorno a lui (la semplicità della storia, il ritmo lento e l'andamento claudicante) sia potenzialmente un elemento a sfavore, Eastwood prende tutto questo e lo rende sensato, utile, emozionante. Una magia che solo una mano così esperta e controllata come la sua riesce a fare.
In Cry Macho però non c’è nessuna rabbia, nessuna cattiveria. Nessuna ansia di arrivare, ma un senso di rilassato godimento per un viaggio inaspettato. È la bontà (della gente comune, di una vedova messicana), insieme alla sopracitata dignità, ciò che interessa raccontare, l’intento e il cuore del film. Su questo intento e sulla sua riuscita non ci sono dubbi, e Cry Macho riesce ad evitare il ridicolo e il patetico potenziali proprio perché Eastwood ha sempre il controllo di sé stesso, della sua immagine, del tono del film. Se ci fosse stato chiunque altro al posto di Eastwood, insomma, il film sarebbe stato decisamente poco credibile. E invece così lo è eccome.
Sono infatti al limite del comico ma non lo sono davvero gli scontri fisici tra un Eastwood arzillo e piegato dall’età (la sua camminata, il modo in cui si trascina e fa fatica ad alzarsi sono qualcosa con cui è perfettamente a suo agio) e gli scagnozzi messicani, mentre, all'opposto, sono caratterizzate da un’elegante ironia tutte le volte in cui Mike, Rafo e il gallo viaggiano in macchina come un trio improbabile che invece ha intenti più che seri e una missione da compiere.
Che classe, che stile: anche quando non vuole colpire, anche quando non vuole meravigliare o sorprendere, Clint Eastwood riesce sempre a fare un discorso. Con la sua immagine, con il suo cinema. Ecco perché è ancora un maestro.
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