FILM

Demetra in esilio rielabora in chiave contemporanea il mito di Demetra e Persefone

Il primo lungometraggio di Biennale College Cinema, la sezione di Venezia 83 dedicata alle opere finanziate dalla Biennale, è Demetra in Esilio di Maria Giovanna Cicciari. Un film che riscrive il mito greco per riflettere sul rapporto genitore-figlio e sul desiderio di trovare una propria strada.

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Non è la prima volta che una regista esordiente decida di confrontarsi con la tradizione greca. E non è nemmeno la prima volta che lo fa debuttando proprio alla Mostra del Cinema di Venezia. Nel 2022 c’era Alice Diop con Saint Omer, che riscriveva Medea tramite la lente del legal drama. Nel 2026, all’83sima Edizione, arriva Maria Giovanna Cicciari, che con Demetra in Esilio - presentato nella sezione parallela di Biennale College Cinema, quella dedicata a opere prime e seconde finanziate direttamente dalla Biennale - va a riprendere un classico della mitologia greca: Demetra e Persefone.

Ma se Alice Diop usava il mito per interrogarsi sulla colpa e sul giudizio, sulla maternità e sull’abbandono attraverso il racconto processuale di una madre che uccideva sua figlia, Cicciari lo riporta a una realtà tangibile, quasi a farlo smettere di essere mito e diventare vita di tutti i giorni. Milano, estate. Lia sta con sua madre Daria, malata, sempre a fianco, in un appartamento diventato un piccolo giardino di piante. Nel mentre lavora a un progetto artistico proprio su Demetra e Persefone. Sui giornali passa la notizia di un’imminente bufera di caldo intenso che si abbatte sulla città.

Quella bufera di caldo, però, resta lì, nel notiziario. Il cambiamento climatico sarebbe il riferimento più immediato a cui il film vorrebbe agganciarsi nella rilettura del mito, ma il discorso resta abbastanza in superficie. Il caldo lo sai che c’è, ma non lo senti. Niente sudore, niente aria pesante e la città non si sporca mai abbastanza. Demetra in Esilio colpisce invece perché riesce a immergere lo spettatore in un vero e proprio loop, facendogli sentire benissimo il tempo che si allunga, grazie all’utilizzo della camera fissa che dilata lo spazio e con esso la percezione di una durata infinita. In questo, il film funziona, in ogni gesto quotidiano, in un minimalismo che non spiega niente e non ha bisogno di farlo.

Ma è nel rapporto genitore-figlio tra Daria e Lia, esattamente come in Saint Omer, che il mito trova davvero un suo corpo: una figlia che resta accanto alla madre che si spegne dentro gli stessi giorni ripetuti. Finché poi non si arriva a un destino inevitabile, in cui il loop che ha tenuto insieme la casa, le piante, la cura, si rompe per un bisogno di evasione. Demetra in Esilio è quindi un’interessante operazione arthouse – pensata manifestamente per un pubblico cinefilo e festivaliero – che rielabora il testo classico per riflettere sul desiderio di emancipazione, sulla cura e sulla volontà di trovare la propria strada.

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