Die My Love, la recensione: Jennifer Lawrence è una madre persa nella sua mente

Recensione di Die My Love: Jennifer Lawrence interpreta una madre isolata che affronta depressione e paranoia. Lynne Ramsay firma un viaggio nella maternità oscura

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Se gli ultimi anni di rinnovata attenzione alle questioni legate al femminile hanno regalato un filone “originale”, è probabilmente quello che si concentra sui lati oscuri della maternità, film che raccontano la depressione post parto o tutte quelle situazioni sociali e psicologiche che escono fuori dalla retorica della madre come angelo del focolare e del rapporto idilliaco con i figli, non per accusare nessuno, ma per aprire lo sguardo su una realtà complessa che sfugge alle facili categorie.

QUELLA CASA NEL BOSCO

Dopo If I Had Legs I’d Kick You, con cui Rose Byrne ha vinto l’Orso d’oro a Berlino, è Jennifer Lawrence a dire la sua in ottica stagione dei premi come protagonista di Die, My Love, film diretto da Lynne Ramsay, in arrivo nelle sale distribuito da Mubi, che da piattaforma streaming d’autore è divenuto anche un importante distributore cinematografico di cinema arthouse (nel mondo, distribuirà anche il Leone d’oro Father Mother Sister Brother, diretto da Jim Jarmusch), dopo il concorso al Festival di Cannes 2025 e l’anteprima italiana alla Festa del Cinema di Roma.

Ramsay, assieme a Enda Walsh e Alice Birch, scrive la vicenda di Grace (Lawrence), una donna che si trasferisce nella casa di campagna ereditata dal marito (Robert Pattinson) alla fine della sua gravidanza. Qui, partorisce un bambino che dovrebbe permetterle di godersi la maternità in un luogo sereno, ma la solitudine dovuta all’isolamento del luogo e alla lontananza del marito per lavoro fa crescere i fantasmi della mente di una donna che ha visto all’improvviso la sua vita cambiare senza preavviso, entrando poco a poco in una dimensione liminare.

ISTINTO DI AUTO-DISTRUZIONE

In quella stessa dimensione, la regista vuole far entrare lo spettatore: Ramsay, oltre a essere una regista provocatoria nei temi, lo è anche nelle scelte estetiche e di stile, il cui obiettivo è turbare il pubblico sia quando ragiona su temi quotidiani (…E Ora Parliamo di Kevin), che quando reinventa il thriller (A Beautiful Day). Per questo, la maternità è uno dei suoi temi d’elezione, come lo è di Ariana Harwicz, autrice argentina del romanzo da cui Die, My Love è tratto, un libro che nel 2022 Scorsese mandò alla casa di produzione di Lawrence proprio per farne un film: perché un tema simile permette di indagare nelle pieghe di una condizione naturale, anzi data quasi per scontata dal mondo, come fosse una conseguenza istintiva dell’essere donna, e che invece chiede alla donna, alla madre, di diventare qualcosa che non è mai stata prima, lottando contro ciò che era prima di partorire e le richieste del mondo attorno a lei.

Stavolta, però, l’argomento è l’occasione per mostrare la dimensione mentale e percettiva di una donna il cui cervello è costretto a fare un cambiamento gigantesco senza supporto altrui. La regista decide quindi di costruire intorno alla straordinaria prova della sua protagonista un’atmosfera prossima all’horror: una casa isolata nel bosco, poche altre presenze umane, come il bimbo o la suocera interpretata da Sissy Spacek, e la paranoia che poco a poco prende il sopravvento, facendo slittare la realtà in una dimensione onirica e spettrale. Lawrence è spesso immersa nella penombra, come un fantasma, pronta a esplodere come la tensione sopita, tecnica tipica dell'orrore contemporaneo, che contrasta con l'uso di bruciature dell'immagine, di stacchi di montaggio che ricordano gli anni '90, per sottolineare ancora di più come la stessa natura del film stia al limite tra mondi, come lo stato psichico della protagonista.

AI CONFINI DELLA REALTÀ

Più che gli eventi narrati, in Die, My Love contano le immagini create dal direttore della fotografia Seamus McGarvey, che trasportano lo spettatore dentro un limbo in cui prendono forma i desideri repressi e le paure sopite di una madre, i rimpianti e le angosce che si trasformano in colori sbiaditi, in filtri che paiono distorcere la grana stessa dell’immagine, che trasportano con gusto pittorico in quel confine tra ciò che sappiamo vero e ciò che vero potrebbe anche non essere.

Quello di Ramsey è un film opposto a un’opera che pare speculare a questa, ossia Madre! di Darren Aronofsky, sempre con Jennifer Lawrence come protagonista: se lì erano il caos, l’accumulo di personaggi, suoni, stimoli visivi a spezzare pubblico e protagonista, qui ci pensano il silenzio, i lunghi frangenti in cui Grace è sola in casa o nella natura, in cui si avvicina al figlio e poi si allontana, in cui sogna o immagina e poi si trova a dover fare i conti con la natura ferina di ciò che ha sognato (da qui, il ritorno del cavallo nero), con il desiderio carnale e la voglia di sparire, tra quelle fiamme che aprono e chiudono il film e che confermano la natura stregonesca della maternità (e dell'opera).

Die, My Love non cerca facili vie di comunicazione, anzi chiede a chi guarda di sentire ben prima di capire, andando incontro a possibili rifiuti, mettendo in scena un cinema urticante: eppure, specie se si conoscono certe situazioni, il film colpisce proprio per la sua natura sottile, per la sua capacità di togliere il terreno sotto i piedi, mostrando situazioni al limite senza cercare lo shock facile ma portando verso un’immedesimazione più profonda, meno immediata. E soprattutto, a costo di sfiorare l’enfasi, Ramsey non cerca mai facili soluzioni nel racconto e nello stile, non vuole farsi classificare o servire una versione accomodante del mondo: è per questo che, pur capendo i detrattori, crediamo sia una regista da preservare.

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