FILM

Digger, la recensione: Iñarritu e Cruise alle prese con l'idiocrazia planetaria

Iñárritu porta la sua "arroganza" a Hollywood con Tom Cruise magnate del petrolio: una satira apocalittica smisurata, muscolare e coerente con sé stessa.

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Può dare l'idea di essere confuso Digger, il nuovo, molto atteso, molto caricato film di Alejandro G. Iñárritu, ma, piaccia o meno, non c'è nulla che il regista non abbia voluto, che non sia esattamente nel modo in cui lo aveva pensato. E questo, per un'opera ambiziosa e titanica come questa, è già una bella riuscita.

Una satira che diventa apocalisse

Digger arriva al cinema quattro anni dopo il precedente Bardo, opera che sembrava già una vetta dell'ego filmico del regista messicano, e che aveva suscitato più di un mugugno, ma con il nuovo film porta quell'“arroganza” su un terreno hollywoodiano (125 milioni è il budget ufficiale). Il film racconta dell'antieroe eponimo, Digger Goldwell (Tom Cruise), un magnate del petrolio senza scrupoli che gestisce i suoi affari e la politica statunitense con la stessa boria e che ora si trova nel caos: le sue trivellazioni al Polo Nord hanno fatto staccare un gigantesco ghiacciaio che si sta dirigendo verso l'Europa e ora il presidente degli USA (John Goodman) gli chiede di risolvere la situazione che egli stesso ha creato.

Pensato dal 2015, dopo la fine delle riprese di Revenant, studiato dal 2019 e scritto dal regista con Alexander Dinelaris, Nicolás Giacobone e Sabina Berman, Digger è un film complesso anche solo da definire, pur trovando una sua insospettabile facilità di fruizione: di base è un film satirico, che racconta la gestione del potere ai nostri giorni, l'idiocrazia religiosa e sessista che governa il mondo, il disprezzo per ogni minima regola e le sue possibili conseguenze. Poi però si insinua una vena post-apocalittica più seria, un risvolto di dramma esistenziale (forse la cosa meno interessante del film) e una riflessione sul potere della narrazione come costruzione di una verità apparente, di manipolazione dei pensieri.

Una messinscena titanica

Senza rivelare molto delle sorprese del film, potremmo riassumere con delle definizioni: Digger è una sorta di seguito de Il petroliere di Paul Thomas Anderson, che racconta il futuro degli USA laddove il film con Daniel Day-Lewis ne raccontava il passato, realizzato con lo spirito acre e grottesco de Il dottor Stranamore, che poi diventa la prosecuzione della riflessione partita in Birdman (capirete poi perché). Si potrebbe discutere su come certi paragoni possano poi dare vita ad attese che il film non riesce a confermare, ma Iñárritu è consapevole dei rischi e si getta a capofitto nell'impresa, anche a costo di irritare il pubblico.

Innanzitutto, opera un enorme lavoro di messinscena partendo dalle meravigliose scenografie di Dennis Gassner, che assumono (in maniera narrativamente molto coerente) una funzione teorica e metaforica potentissima, riprese dal solito Emmanuel Lubezki, magistrale nell'uso di luci e colori e nella gestione degli spazi visivi (strepitosa la sequenza al Parlamento, in cui tutto è monocromo, anche volti e abiti dei presenti, tranne il tirannico Digger); poi, il montaggio di Stephen Mirrione e Conor O'Neill, che dà tono comico, seppure acre, al racconto politico-apocalittico, ma sa anche quando cambiare registro e adattarsi alle sorprese del racconto; c'è il sonoro di Randy Torres e Maximilian Behrens che disegna i rumori come contrappunto e integrazione sinfonica della colonna sonora di Bryce Dessner.

Tom Cruise a briglia sciolta

E poi c'è Tom Cruise, lasciato a briglia sciolta, in un one-man show demenziale che concentra in un solo uomo tutta l'idiozia di chi governa il nostro mondo, a partire dal suo rapporto con il presidente e con la sua gatta, entrambi morti che camminano ma che il suo potere tiene in piedi, volenti o nolenti. Quasi non c'è spazio per gli altri, e questo da spettatori un po' dispiace, ma è del tutto preciso nel raccontare le maniere in cui i ricchi hanno accentrato attenzione e sguardi, hanno occupato tutti gli spazi, soprattutto quelli che non competevano loro.

Deborda Digger, ma non Iñárritu, che gestisce il delirio del suo mondo più con la regia che con la scrittura (la quale, soprattutto nella risoluzione, rischia di perdere tensione), attraverso il suo stile arrogante e muscolare che si attirerà parecchie critiche, ma che è, oggi, il suo stile, il suo modo di vedere e raccontare, e che, nel pianeta in cui essere idiota è il secondo requisito per essere potente dopo la ricchezza, ha perfettamente senso.

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