Dio ride, la recensione: il coraggio di sorridere davanti al potere
Giovanni Veronesi torna al cinema con “Dio ride”, un film che arriva dritto al punto e mette al centro un frate fuori dagli schemi. A lui il compito di raccontare la libertà con il sorriso sulle labbra.
C’è stato un momento, durante l’83ª Mostra del Cinema di Venezia, in cui il festival ha smesso di guardare il presente e si è rifugiato nel Seicento, ma lo ha fatto in modo inaspettato: mettendo in scena un frate che predica ridendo. "Dio ride" di Giovanni Veronesi ha chiuso la kermesse veneziana il 12 settembre, nella sezione fuori concorso, ed è arrivato nelle sale italiane il 29 ottobre grazie a PiperFilm. Dopo oltre quarant’anni di carriera, è la prima volta che Veronesi arrivava al Lido, e lo ha fatto con quello che probabilmente è il film più personale della sua carriera: una commedia che però lascia spazio a qualcosa di più stratificato.
La libertà come fede
Perché alla fine, il film non parla tanto di un processo, quanto di uno scontro tra due modi diversi di pensare l’autorità e la parola. Le campagne toscane, fatte di calanchi e abbazie di pietra, incarnano un’epoca in cui il potere della Chiesa è indiscusso, ma Veronesi non forza mai il parallelo con l’oggi: la paura del ridicolo come strumento di controllo resta un tema attuale che lo spettatore riconosce subito. Dal punto di vista visivo, il regista abbandona i ritmi serrati della commedia per una regia che respira, si prende i suoi tempi, con una fotografia che parte dal buio e si illumina piano piano, seguendo più il cammino interiore del protagonista che le sue battute. Le radici popolari del cinema di Veronesi ci sono ancora, ma si piegano verso qualcosa di più ambizioso, dentro quella tradizione di giullari ed eretici che con la risata hanno sempre saputo disturbare il potere.
Ed è proprio sulla parola 'fede' che il film punta di più, togliendole ogni peso religioso e usandola semplicemente come fiducia: negli altri, in se stessi, nella possibilità di cambiare. Leopoldo non chiede conversioni, offre solo a chi non ha nulla un modo per non vergognarsi di esistere. Anche la sottotrama della contessa Isabella, per quanto a tratti ingenua, si muove nella stessa direzione: quella di una libertà che bisogna conquistare ogni giorno, trovando il coraggio di restare se stessi anche quando sarebbe più facile fare altro. Impossibile non leggere qui il messaggio più laico e universale del film.
Il duello tra Favino e Orlando
Sul piano attoriale, tutto gira intorno all’incontro tra Favino e Orlando. Favino non trasforma Leopoldo in un santino, in un modello di virtù perfetto e senza difetti: la sua purezza non è ingenuità, e la risata è un’arma vera contro la paura, restituita senza mai calcare la mano. Orlando risponde con un Maculani che sfugge lo stereotipo dell’inquisitore granitico — fuma, legge romanzi, ha fatto abiurare Galileo ma conserva ancora il suo cannocchiale — e lascia che il dubbio traspaia senza forzarlo. Il loro non è mai un vero interrogatorio, ma un dialogo tra pari, ed è lì che il film trova la sua energia. Attorno a loro si muovono bene Francesco Gheghi, giovane fraticello che porta in scena l’incoscienza luminosa delle nuove generazioni, Alma Noce, la contessa Isabella Del Debbio, e la commovente, ultima, apparizione di Carlo Cecchi nel ruolo di Papa Innocenzo X.
Non tutto è perfetto: la storia della contessa e del marito violento resta l’anello debole della sceneggiatura - uno sviluppo prevedibile che a fatica si integra col resto, incluso qualche uso della computer grafica che non regge il confronto con la cura negli scenari e nei costumi. Sono, però, imperfezioni che non intaccano il cuore drammatico del film, quello che resta quando le luci si accendono in sala.
Ed è proprio quel nucleo che fa la differenza: resta la sensazione di aver visto un film che, anche travestito da racconto in costume, parla al presente, mostrando che chi usa la parola per unire e chi la usa per controllare sono sempre stati in lotta. Veronesi lo sa, e forse è da questa consapevolezza che nasce il suo film più maturo — un film che parla della fede non come dogma ma come fiducia negli altri e in se stessi. “Dio ride” convince perché non cerca la lacrima facile o la battuta a tutti i costi, ma affida tutto al confronto tra i suoi protagonisti. E forse è proprio per questo che quando esci dalla sala, ti resta la voglia di crederci: sì, anche Dio ride.