Disclosure Day, la recensione: nuovi incontri ravvicinati per Steven Spielberg
Steven Spielberg torna alla fantascienza con Disclosure Day, un thriller sviluppato attorno al segreto sull’esistenza degli alieni e interpretato da Emily Blunt e Josh O’Connor.
Nell’autunno del 1977, Steven Spielberg segnava un passaggio fondamentale nella storia della fantascienza cinematografica con Incontri ravvicinati del terzo tipo: un progetto coltivato a lungo e portato a un enorme successo da un regista allora appena trentenne, ma che aveva già avuto occasione di entusiasmare il pubblico con titoli quali Duel, Sugarland Express e soprattutto lo strepitoso fenomeno de Lo squalo. A quasi mezzo secolo di distanza da quel primo, magnifico esempio di fantascienza umanista imperniata sul contatto con una specie aliena, il leggendario cineasta torna a frequentare il genere che, in varie declinazioni, l’ha accompagnato per tutto l’arco della propria carriera, e lo fa con un’opera che fin dal titolo, Disclosure Day, pone al centro dell’attenzione il suo basilare elemento narrativo.
Disclosure: la rivelazione di un segreto - e, nell’ambito specifico, la declassificazione di informazioni riservate sull’esistenza degli alieni. Non si tratta soltanto di un tópos della fantascienza a partire dalla sua “età d’oro”, ma di una questione dibattuta negli Stati Uniti fin dagli anni Cinquanta, fra teorie su cospirazioni governative e presunti X-Files. Il copione di Disclosure Day, firmato da David Koepp (collaboratore di Spielberg dai tempi di Jurassic Park), inizia proprio da qui, con un concitato incipit in medias res che vede Daniel Kellner, interpretato da Josh O’Connor, vittima di una serrata caccia all’uomo legata a un misterioso dispositivo di cui il giovane è entrato in possesso, e su cui un’agguerrita corporazione chiamata Wardex vuole assolutamente mettere le mani.Un thriller sci-fi fra suspense ed empatia
Una sezione della storia, quella dai ritmi più tesi, si sviluppa dunque attorno alla fuga di Daniel e della sua fidanzata, Jane Blankenship (Eve Hewson), con il veterano Colin Firth a incarnare un compassato senso di minaccia mediante la figura di Noah Scanlon, il boss della Wardex. L’altro percorso narrativo del film è dedicato invece al personaggio di Margaret Fairchild, meteorologa per un notiziario televisivo locale di Kansas City, ruolo affidato a un’ottima Emily Blunt: una donna apparentemente ordinaria che tuttavia un giorno, in maniera del tutto improvvisa, comincia a manifestare sorprendenti capacità paranormali, di cui lei per prima non riesce a darsi spiegazione, legate sia al linguaggio, sia alla possibilità di entrare in contatto con la mente di altri individui.
Se la comunicazione costituisce appunto un tema ricorrente di un certo tipo di fantascienza, dallo splendido Arrival di Denis Villeneuve al recentissimo L’ultima missione di Phil Lord e Christopher Miller, in Disclosure Day questo aspetto acquisisce una connotazione ulteriore, di cui ci rendiamo conto abbastanza presto: i poteri di Margaret sono legati non tanto al repentino apprendimento del russo e del coreano, quanto alla facoltà di entrare in empatia con chi le si trova di fronte. L’empatia, del resto, era già il più profondo veicolo di connessione fra la linguista di Amy Adams e gli alieni di Arrival; qui, Steven Spielberg ne fa sia uno strumento utile ai fini dell’intreccio, sia il cuore pulsante di un’opera che si coniuga perfettamente alla poetica del regista di E.T. l’extra-terrestre e di A.I. – Intelligenza artificiale.Il valore della verità secondo Steven Spielberg
L’altra colonna portante di Disclosure Day, per tornare alla valenza del titolo, è rintracciabile nella lotta per la verità: una lotta condotta strenuamente dalla coppia di protagonisti contro un nemico che pare adombrare i grandi poteri senza un volto ben definito, che si tratti di enti governativi o di spregiudicate multinazionali. Il diritto alla verità è l’obiettivo ultimo di Daniel, di Margaret e del piccolo gruppo di ‘ribelli’ determinati a portare alla luce la realtà sugli extra-terrestri: se in The Post, rievocazione della vicenda dei Pentagon Papers all’epoca della Guerra del Vietnam, tale diritto era celebrato seguendo i canoni del grande cinema d’inchiesta giornalistica, nel suo nuovo film Spielberg rivendica la difesa della verità come un valore irrinunciabile, il perno di una società autenticamente libera e consapevole.
Una tematica, quest’ultima, che giunge a compimento in un epilogo in cui l’esperienza personale confluisce nella dimensione collettiva; ma nel frattempo, durante le quasi due ore e mezza di durata, Steven Spielberg non perde mai di vista le ragioni dello spettacolo, firmando un thriller magari non sempre impeccabile sul piano della costruzione drammaturgica, ma pervaso da quel gusto per l’emozione, l’avventura e la meraviglia insito nel codice genetico del cinema spielberghiano. Un gusto accentuato dalla superba colonna sonora composta dall’infaticabile novantaquattrenne John Williams, artefice di un connubio fra musica e immagini che, per l’ennesima volta nel suo pluridecennale sodalizio con Spielberg, lascia ammirati al cospetto di una tale, miracolosa alchimia.