Don't Move, la recensione: la premessa horror è interessante ma rischia di limitare il film
L'horror prodotto da Sam Raimi ha pregi e difetti: sì a un certo realismo, no alla messa in scena monotona e a una protagonista "inerte".
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Una ragazza che ha perso il figlio sta per suicidarsi buttandosi in un dirupo. Un ragazzo che passa da quelle parti la convince a non saltare. Potrebbe essere l'inizio di una storia d'amore in stile Titanic. Invece il giovane è uno psicopatico che vuole ucciderla. Lei si libera, ma lui l'ha drogata con un anestetico che in pochi minuti la paralizza.
Questo livello di diffidenza e realismo delle reazioni umane è ciò che rende rinfrescante Don't Move come cinema di genere. Il film trova il suo passo nella parte centrale, basata sulla sfida tra il maniaco e le persone che gli si parano davanti. Questi confronti sono gestiti con intelligenza, evitando quel senso di superiorità spettatoriale che porta a non credere nell'ingenuità dei personaggi in scena e rende difficile la sospensione dell'incredulità.
Dove il film invece scricchiola è nella gestione della protagonista, come detto immobilizzata per gran parte del film. È un problema narrativo, perché non è per niente facile costruire una messa in scena che scongiuri la monotonia di un personaggio totalmente passivo, perlopiù spettatore e a cui le cose "succedono intorno" anziché procedere dalle sue azioni. Una sfida che Don't Move perde, calando di tensione tutte le volte che la protagonista resta sola col killer e che viene a mancare un ostacolo esterno.