Dylan Dog 367: La ninna nanna dell’ultima notte, la recensione
Abbiamo recensito per voi Dylan Dog 367: La ninna nanna dell’ultima notte, di Barbara Baraldi e Corrado Roi
Classe 1971, ha iniziato a guardare i fumetti prima di leggerli. Ora è un lettore onnivoro anche se predilige fumetto italiano e manga. Scrive in terza persona non per arroganza ma sembrare serio.
Dopo soli tre numeri ritroviamo Barbara Baraldi sulle pagine di Dylan Dog, non più in coppia con Nicola Mari (come ne Gli anni selvaggi e La mano sbagliata), ma insieme a Corrado Roi. Uno degli artisti più apprezzati e rappresentativi della lunga vita editoriale dell'Indagatore dell'Incubo torna dunque sulla serie regolare a distanza di quasi quattro anni, dopo Il pianto della banshee, scritto da Giovanni Gualdoni.Il titolo della storia e la copertina di Gigi Cavenago introducono i due elementi portanti della vicenda, i bambini e il parco giochi: due figure rassicuranti che muovono tenerezza e simpatia, ma che, se declinati in qualcosa di inquietante e diabolico, diventano soggetti straordinari per il genere horror, come dimostra una lunga filmografia e tanta letteratura.
L'intreccio si complica quando entra in scena uno strano burattinaio, il greco Markus Kouvas, con l'inquilino di Craven Road 7, la dottoressa e il detective Rania Rakim che finiscono imprigionati durante un incontro pubblico voluto dai genitori dei figli scomparsi, minacciati dagli stessi bambini trasformatisi in pericolosi psicopatici.
La ninna nanna dell’ultima notte è un fumetto caratterizzato da ottimi presupposti narrativi che purtroppo vengono meno man mano che si sviluppa la trama, come un piatto invitante dagli eccellenti ingredienti di base che sfuma durante la cottura; ha un fragrante profumo e un aspetto succulento, ma questi si stemperano e si appiattiscono al gusto, dopo i primi voraci bocconi.
Provate a sfogliare, a scorrere velocemente il volume: nella sua logica sequenziale vi riscontrerete un ritmo che intende trasmettere angoscia e sgomento; queste emozioni si attenueranno considerevolmente non appena vi immergerete nella lettura. Per quanto la sceneggiatura sia efficace - come tutte quelle finora realizzate dalla Baraldi - il sottile filo del discorso appare fragile, così come i dialoghi e la filastrocca riportata nelle didascalie: una spezia che forse solo uno chef stellato come Tiziano Sclavi sa usare con parsimonia e maestria.
L'episodio finisce così per risultare malinconico nei confronti del passato editoriale del personaggio e del suo creatore, quando invece la scrittrice emiliana ha già dimostrato da tempo di poter rappresentare una parte del suo futuro.