E i figli dopo di loro, la recensione: le estati travolgenti di Anthony
I fratelli Boukherma portano al cinema il libro E i figli dopo di loro di Nicolas Mathieu: un appassionato racconto di formazione ambientato nella provincia francese degli anni Novanta.
È un senso di maledizione incombente, un retaggio trasmesso da una generazione all’altra, quello espresso dal titolo del romanzo pubblicato nel 2018 da Nicolas Mathieu (ed edito in Italia da Marsilio), E i figli dopo di loro, adattato per il cinema nel 2024 dai fratelli Ludovic e Zoran Boukherma, al loro quarto lungometraggio (il primo ad aver trovato spazio anche nelle nostre sale). Le miserie dei padri sono destinate a ricadere sui figli? È l’interrogativo che sembra gravare sulle esistenze dei giovani protagonisti del libro di Mathieu e del film dei fratelli Boukherma: un racconto di formazione narrato e messo in scena con i toni e il respiro di un appassionato melodramma che si consuma nella cornice della provincia della Francia orientale.
Quattro racconti d’estate nella provincia francese
Ed è appunto nel cuore della stasi estiva che Anthony, mentre è in compagnia del cugino (Louis Memmi), resta affascinato dalla bellezza magnetica di Stéphanie Chaussoy (Angelina Woreth). Il loro primo incontro, animato da un’attrazione sottesa, induce il ragazzo a una fatale ‘trasgressione’: prendere senza permesso la motocicletta del padre per raggiungere Stéphanie a una festa. Da quella fatidica notte, la loro sorte si intreccerà con quella di Hacine Bouali, ruolo affidato a Sayyid El Alami: un adolescente originario del Marocco che, in un contesto di emarginazione e di degrado, decide di rubare la motocicletta di Patrick, provocando una frattura insanabile nella famiglia Casati, ma aprendo anche una faida che proseguirà lungo l’intero decennio, con tragiche conseguenze.
L’Anthony di Paul Kircher: ritratto di una “gioventù bruciata”
Del resto, quello di Ludovic e Zoran Boukherma è uno sguardo emotivamente partecipe rispetto alla materia narrativa, secondo un approccio in cui l’amara consapevolezza della realtà non esclude un intimo senso di romanticismo e di pathos. In tale ottica, i due registi trovano in Paul Kircher, figlio d’arte di Irène Jacob e ventunenne all’epoca delle riprese, un interprete perfetto: scoperto nel 2022 da Christophe Honoré in Winter Boy, l’attore parigino si era distinto in seguito in The Animal Kingdom di Thomas Cailley, mentre alla Mostra di Venezia 2024, dove il film dei fratelli Boukherma era stato presentato in concorso, Kircher è stato insignito del premio Mastroianni come miglior attore emergente per il suo ritratto di Anthony Casati, attraversato da euforia, rabbia e innocenza perduta.
Sentimenti e stati d’animo che, al pari di quelli degli altri comprimari, trovano un ideale corrispettivo nella colonna sonora: un variegato juke-box in cui si mescolano la nostalgia dal sapore naïf degli adulti (Rivers of Babylon di Boney M, You Can’t Hurry Love delle Supremes), l’intensità dell’heavy metal (Run to the Hills degli Iron Maiden, Feed My Frankenstein di Alice Cooper) e una manciata di brani-simbolo del rock anni Novanta (Under the Bridge dei Red Hot Chili Peppers, Nothing Else Matters dei Metallica), passando per la sognante Samedi soir sur la terre di Francis Cabrel ad accompagnare l’agognato ballo fra Anthony e Stéphanie. Mentre i titoli di coda scorrono sulle note travolgenti di Bruce Springsteen e della sua Born to Run («Oh baby, this town rips the bones from your back/ It’s a death trap, it’s a suicide rap/ We gotta get out while we’re young»): una scelta magari scontata, ma quanto mai emblematica della selvaggia brama di vita dei protagonisti.