Falcon Lake, la recensione
Avvolta da un mood dolce e nostalgico, l’estate adolescenziale di Falcon Lake attira l’occhio con immagini dal sapore analogico. Quasi sfogliasse un album dei ricordi, l’esordiente Charlotte Le Bon pensa il suo film come una serie di istantanee: singole scene che rimandano a singoli ricordi.
La recensione di Falcon Lake, al cinema dal 29 giugno
Avvolta da un mood dolce e nostalgico, l’estate adolescenziale di Falcon Lake attira l’occhio con immagini dal sapore analogico. Quasi sfogliasse un album dei ricordi, l’esordiente Charlotte Le Bon pensa il suo film come una serie di istantanee: singole scene che rimandano a singoli ricordi (una nuotata al tramonto, la luce della luna dentro la camera da letto, un falò nella notte). In questo senso Falcon Lake è un bellissimo elogio all’estetica della malinconia “vintage”, e che Le Bon persegue con tutti gli strumenti possibili della messa in scena: la fotografia, i colori pastello, gli abiti, e ovviamente la trasandatezza stessa dei personaggi, che sgraziati e lunatici si contornano di oggetti, si coprono, si scoprono, si sbirciano continuamente.
Un’ode al corpo adolescenziale e alla sua messa in discussione (o messa in azione) tramite un contatto mancato, uno sguardo, l’interazione goffa con ciò che lo circonda, e che a tratti rimanda a Chiamami col tuo nome - con cui, tra l’altro, condivide simili premesse narrative. In Falcon Lake, tuttavia, questo corpo funziona tanto bene come materia tangibile/visibile, quanto è incerto e incompiuto a livello narrativo e discorsivo.
Nonostante il brutto finale, Falcon Lake è in fondo un film che funziona benissimo per le sue singole scene-attrattive. Più che nel mondo emotivo dei personaggi, fa immergere completamente nel suo ambiente; trasmette la poetica visiva della sua autrice, rendendo perfettamente l’idea del suo film-nostalgia.
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