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Festa del Cinema di Roma 2026 - Club Kid, la recensione: fingersi trasgressivi, per catturare pubblico e industria

Club Kid, l’opera prima di Jordan Firstman comprata da A24 per 17 milioni dopo Cannes, sembra pensata per compiacere ed educare, sprecando il talento del suo autore

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Se c’è un film che quest’anno ha generato un vero e proprio buzz incontrollato è Club Kid, l’opera prima di Jordan Firstman che abbiamo visto alla Festa del Cinema di Roma 2026 e che arriverà a dicembre in sala anche da noi: fin da Cannes, dov’era a Un Certain Regard, si è creato un passaparola notevole che ha scatenato un’asta vertiginosa per la distribuzione, con A24 che se l’è aggiudicato per 17 milioni di euro, probabilmente il doppio del suo costo di produzione. Dopo averlo visto possiamo dire di capire l’interesse, ma di non poterlo davvero giustificare.

Un re del clubbing e un figlio mai conosciuto

Il film racconta di Peter (lo stesso Firstman, che del film è anche sceneggiatore), re della scena queer e LGBTQ+ di New York, organizzatore di party di successo e diviso equamente tra sesso e droghe, le quali confluiscono nel suo lavoro. Finché, all’improvviso, dall’Inghilterra arriva suo figlio, avuto da un rapporto occasionale dieci anni prima senza che lui ne fosse a conoscenza: e quell’arrivo lo costringerà a cambiare vita.

Club Kid è una commedia drammatica, una sorta di versione di About a Boy in chiave esplicitamente trasgressiva, ma nondimeno un inno al mettere la testa a posto tanto più paradossale quanto più eccessivo è il contesto da cui parte il racconto: in pratica, un film sulla sensibilità contemporanea (Peter è attentissimo a trasgredire le norme senza mai ferire nessuno), ambientato in un contesto culturale da anni ‘00, ma abitato dalla morale di un film degli anni ‘80.

Perché, e di questo siamo convinti, la critica deve essere fatta anche su ciò che dice un film, e non solo su come lo dice, sul modo in cui affronta i temi del mondo che racconta, sui “messaggi” che eventualmente vuole comunicare, tanto quanto sulle sue forme, che poi sono la stessa cosa: Club Kid in tutta la prima parte descrive il mondo del clubbing, racconta a cuor leggero ciò che accade prima, dopo e durante le feste e dimostra conoscenza della materia e partecipazione; poi, poco a poco, Peter deve imparare a essere un uomo perbene — dando per scontato che quello di prima non lo fosse —, rinnegando di fatto le persone di prima, senza criminalizzarle, ovvio, ma emarginandole.

Personaggi di contorno e redenzione a senso unico

Non è un caso che i personaggi secondari o siano mere funzioni narrative che spariscono quando non servono più, o siano macchiette o, peggio, si specchino nel percorso di “redenzione” di Peter, come per esempio Nicky, il coinquilino che si trasferisce e decide di sposare una donna. A un certo punto pare emergere una domanda: e se chi ha avuto una vita storta, irresponsabile e avventurosa fosse più emotivamente preparato per essere genitore, specie se adottivo?

A questa domanda risponde il finale del film, uno slancio di realismo che va nella direzione perbenista, familista e conformista che il film ha assunto come proprio orizzonte, dando così forma a un’opera convenzionale che finge di non esserlo, anche nella struttura, negli snodi, nei meccanismi emotivi (il monologo strappalacrime che suggella il finale giudiziario, stile Kramer contro Kramer). È poi evidente che Firstman sappia come scrivere e dirigere, specie gli attori, ma ci pare altrettanto evidente che lo faccia per compiacere il pubblico e l’industria, il che rende limpido il motivo per cui quella stessa industria abbia scommesso sull’opera e sul suo — probabile — futuro.

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