Fuga in Normandia, la recensione
Fuga in Normandia è un film non memorabile ma importante, perchè segna l'addio al cinema di due giganti come Michael Caine e Glenda Jackson.
La recensione di Fuga in Normandia, l’ultimo film con Michael Caine e Glenda Jackson, al cinema dal 19 giugno.
Nel 2014 un pensionato ultraottantenne inglese di nome Bernard Jordan fece il giro dei telegiornali per essere evaso dalla casa di riposo dove viveva con la moglie. Il motivo: imbarcarsi su un traghetto per la Francia e partecipare alle celebrazioni per il settantesimo anniversario dello Sbarco in Normandia, a cui da giovane aveva partecipato. Da qui lo sceneggiatore William Ivory lavora in due sensi: cercando di rendere più tridimensionale possibile la figura di Bernard (Caine) che nel film non è mosso solo dal patriottismo ma dal senso di colpa per un commilitone caduto in battaglia; e innestando sulla sua storia (che tocca temi come la memoria e l’istituzione britannica) un tributo mai esibito ma evidente al grande attore inglese.
Non fosse per questo aspetto Fuga in Normandia non si farebbe ricordare né in positivo né in negativo. È semplicemente un film come mille altri della tradizione media inglese, con quel mix di grande professionalità – soprattutto attoriale – simpatia, e un pelo di conservatorismo da poltrona (specie nei confronti inter-generazionali) che può scaldare il cuore, ma non farà mai niente per sovvertire le aspettative. La narrazione alterna senza sorprese l’avventura di Bernard e il punto di vista della moglie (Jackson) che gli copre la fuga, i ricordi della guerra e quelli della loro storia insieme. Ma gli unici guizzi li trova metacinematograficamente, quando Bernard contempla la spiaggia dove avvenne lo Sbarco e noi capiamo che in quel momento a riflettere sul (suo) passato è Michael Caine.