Gli occhi degli altri, la recensione: tra potere e desiderio nel nuovo film di Andrea De Sica
Tra nobiltà, ossessione e abuso, Gli occhi degli altri usa un fatto di cronaca per indagare potere, classismo e ipocrisie della libertà sessuale ieri e oggi.
Sembra che Andrea De Sica subisca la fascinazione per i sentieri che prende la natura umana, almeno quando si tratta delle ‘caste’ più alte: l’alta borghesia pariolina nella serie Baby o la nobiltà come nel caso del delitto Casati Stampa, dove il Marchese Camillo uccise la moglie Anna Falarino, il di lei amante e sé stesso.
Elena (Jasmine Trinca) incontra il marchese Lelio (Filippo Timi) quando sbarca sulla sua isola: lei è una attrice/modella che non riesce a emergere, lui un nobile miliardario annoiato à la Des Esseintes dedito alla caccia e all’edonismo. Entrambi sono sposati e benché il divorzio all’epoca fosse illegale, riescono a divorziare dai rispettivi coniugi e a sposarsi tra di loro, ed è qui che il Marchese di De Sadiana memoria (ça va sans dire) cala la maschera e confessa alla nuova moglie di essere un cuckold, un devoto del triolismo. Così il Marchese inizia a scegliere centinaia di amanti per Elena, e da regista amatoriale gode nel dirigerla mentre lei si lascia possedere da estranei e compagni vari in un gioco al ribasso, non tanto per le inclinazioni sessuali dell’uomo che vedono la moglie consenziente (e non una vittima, non del tutto), ma per il potere che esercita il nobile sulla donna di umili origini.
Perché il film di De Sica parla, tra i tanti livelli di lettura, anche del potere e del suo abuso, di una manifesta forma dittatoriale che si sviluppa in verticale: dall’alto della sua posizione economica e sociale Lelio ha comprato Elena per poterne disporre a piacimento, la donna diventa un complemento d’arredo.
Jasmine Trinca si concede generosamente alla regia, la bellezza del suo corpo a primo impatto eccitante per chi guarda, assume pian piano connotazioni inquietanti grazie all’elegante fotografia di Gogo Bianchi. Gli anni sono quelli della dolce vita eppure, al di là di promesse sociali mai del tutto realizzate e di benessere economico, Lilio rimane un criminale, un fascista (gli amici affermano ‘Sei il nostro duce’) sadico -e non solo con gli animali- che, come nostrano Peeping Tom, tutti e tutto osserva e annota nel suo diario.
Il Marchese non è che un residuo del Novecento più deteriore, appartenente alla piccola schiera di privilegiati che si annoiano perché avendo a disposizione tutto non hanno il tempo di desiderare niente.
Ma non è un film che parla d’amore e men che meno di sesso, oltre il potere, il possesso, i rapporti di forza tra classi sociali, la crisi del maschio contemporaneo, De Sica (qui alla sceneggiatura con Gianni Romoli e Silvana Tamma) si diverte a mostrarci come salendo nella piramide economica e sociale, emergano con maggiore forza i lati primitivi di alcune persone per cui la vita degli altri vale tanto quella di una preda in una battuta di caccia.