Gli occhi degli altri, la recensione: tra potere e desiderio nel nuovo film di Andrea De Sica
Tra nobiltà, ossessione e abuso, Gli occhi degli altri usa un fatto di cronaca per indagare potere, classismo e ipocrisie della libertà sessuale ieri e oggi.
Sembra che Andrea De Sica subisca la fascinazione per i sentieri che prende la natura umana, almeno quando si tratta delle ‘caste’ più alte: l’alta borghesia pariolina nella serie Baby o la nobiltà come nel caso del delitto Casati Stampa, dove il Marchese Camillo uccise la moglie Anna Falarino, il di lei amante e sé stesso.
Gli occhi degli altri, terzo lungometraggio di De Sica, presentato alla Festa del Cinema di Roma e in uscita il 18 marzo grazie a Vision Distribution, finisce con tre spari; attenzione, non è uno spoiler, il famigerato caso di cronaca nera, da cui è tratto liberamente il film (cambiando nomi e alcune situazioni), è un escamotage per parlare d’altro, e questo altro è molto attuale.Elena (Jasmine Trinca) incontra il marchese Lelio (Filippo Timi) quando sbarca sulla sua isola: lei è una attrice/modella che non riesce a emergere, lui un nobile miliardario annoiato à la Des Esseintes dedito alla caccia e all’edonismo. Entrambi sono sposati e benché il divorzio all’epoca fosse illegale, riescono a divorziare dai rispettivi coniugi e a sposarsi tra di loro, ed è qui che il Marchese di De Sadiana memoria (ça va sans dire) cala la maschera e confessa alla nuova moglie di essere un cuckold, un devoto del triolismo. Così il Marchese inizia a scegliere centinaia di amanti per Elena, e da regista amatoriale gode nel dirigerla mentre lei si lascia possedere da estranei e compagni vari in un gioco al ribasso, non tanto per le inclinazioni sessuali dell’uomo che vedono la moglie consenziente (e non una vittima, non del tutto), ma per il potere che esercita il nobile sulla donna di umili origini.
Perché il film di De Sica parla, tra i tanti livelli di lettura, anche del potere e del suo abuso, di una manifesta forma dittatoriale che si sviluppa in verticale: dall’alto della sua posizione economica e sociale Lelio ha comprato Elena per poterne disporre a piacimento, la donna diventa un complemento d’arredo.
Sono gli anni del boom economico, l’epoca in cui si parla di rivoluzione sessuale, un periodo storico dove l’uomo mette piede sulla Luna, ma nello stesso anno, il ’69 (un anno prima del delitto) l’artista inglese Allen Jones scandalizza e provoca il mondo dell’arte -e non solo- con Hastand, Table, Chair dove gli oggetti assumono le sembianze di donne, le donne de-personalizzate, trattate come oggetti. Non è casuale che Stanley Kubrick riprenda questo genere di design, di arte, per la sua trasposizione cinematografica di Arancia Meccanica dove la misoginia la fa da padrone attraverso i drughi.Jasmine Trinca si concede generosamente alla regia, la bellezza del suo corpo a primo impatto eccitante per chi guarda, assume pian piano connotazioni inquietanti grazie all’elegante fotografia di Gogo Bianchi. Gli anni sono quelli della dolce vita eppure, al di là di promesse sociali mai del tutto realizzate e di benessere economico, Lilio rimane un criminale, un fascista (gli amici affermano ‘Sei il nostro duce’) sadico -e non solo con gli animali- che, come nostrano Peeping Tom, tutti e tutto osserva e annota nel suo diario.
Il Marchese non è che un residuo del Novecento più deteriore, appartenente alla piccola schiera di privilegiati che si annoiano perché avendo a disposizione tutto non hanno il tempo di desiderare niente.
Gli occhi degli altri è un film che trascende il XX secolo, De Sica con sapienza mette in scena un tipo di morbosità e attrazione per il male che attraversa come un fil rouge la storia del mondo: se negli anni ’40 Margit Thyssen Bornemisza aveva organizzato nel suo castello un banchetto seguito non dal dolce ma da una strage di ebrei, gli ultimi anni hanno visto Jeffrey Epstein sull’isola degli orrori macchiarsi con ‘amici’ e colleghi (di ogni sesso e latitudine) di crimini non meno gravi. Nel film ci sono in nuce i semi di un male sempiterno: dall’uso indiscriminato del potere, del classismo, della figura della donna vista nel migliore dei casi come bestiame e nel peggiore come oggetto, di cosa sia realmente il consenso. D’altronde, almeno per il Marchese, il patto tacito con la moglie si conclude nel momento stesso in cui lei si ‘rompe’ come un giocattolo o, per meglio dire, si evolve come Pinocchio in una persona vera innamorandosi di un altro uomo, amante che vive e fa sesso con lei alle spalle di Lilio. Quale umiliazione peggiore per un manipolatore? Oggi il Marchese verrebbe chiamato narcisista maligno, c’è anche da dire che nel presente anemico (di vero erotismo) le pratiche della coppia risultano -ai nostri occhi- vanilla e non kinky come all’epoca. In un periodo storico dove prendiamo per buona la definizione etero flessibilità e la gente mente a sé stessa parlando di poliamore, questo film mostra, tra le tante cose, l’ipocrisia nell’ostentare una libertà emotiva e sessuale, cosa che lungo il film fa spesso e volentieri Lelio dall’alto di una presunta superiorità nei confronti della società.
Ma non è un film che parla d’amore e men che meno di sesso, oltre il potere, il possesso, i rapporti di forza tra classi sociali, la crisi del maschio contemporaneo, De Sica (qui alla sceneggiatura con Gianni Romoli e Silvana Tamma) si diverte a mostrarci come salendo nella piramide economica e sociale, emergano con maggiore forza i lati primitivi di alcune persone per cui la vita degli altri vale tanto quella di una preda in una battuta di caccia.