Hamnet, la recensione: la sorte oltraggiosa e il potere dell’arte

In Hamnet, la vicenda familiare di Agnes e William Shakespeare funge da veicolo per un’indagine sul dolore e l’elaborazione del lutto attraverso il potere salvifico del teatro.

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L’esergo posto all’inizio di Hamnet ci indica come, nell’Inghilterra dell’età elisabettiana, il nome del titolo e la sua variante Hamlet fossero considerati intercambiabili. Il nesso fra Hamnet, uno dei tre figli di William Shakespeare, e il personaggio eponimo del massimo capolavoro del drammaturgo inglese era già stato analizzato nel 2004 da Stephen Greenblatt, uno dei maggiori esperti di studi shakespeariani, nell’articolo The Death of Hamnet and the Making of Hamlet; e il parallelismo tra le due figure costituisce il nucleo del romanzo pubblicato nel 2020 dall’autrice irlandese Maggie O’Farrell. Cinque anni più tardi è stata la scrittrice stessa, in collaborazione con la regista Chloé Zhao, ad aver riadattato il proprio libro nel film omonimo, accolto con entusiasmo dalla critica fin dalla sua presentazione al Festival di Toronto.

Agnes e William Shakespeare nel film da Oscar di Chloé Zhao

Insignito del Golden Globe come miglior film drammatico e di otto nomination all’Oscar, tra cui miglior film e regia, Hamnet rinuncia alla complessa struttura temporale della fonte letteraria in favore di una linearità cronologica che si sviluppa a partire dal primo incontro fra i due protagonisti: Agnes Hathaway (anche detta Anne), una ragazza di Stratford-upon-Avon che è solita immergersi nella natura, tanto da essere stata bollata come una strega della foresta; e William Shakespeare, insegnante di latino e figlio del guantaio del paese, ma animato dalla passione per la scrittura piuttosto che dall’attività paterna. Agnes ha il volto dell’attrice irlandese Jessie Buckley, già apprezzata ne La figlia oscura e Men (e prossimamente ne La sposa!), mentre William è il suo connazionale Paul Mescal, la star in ascesa di Normal People, Aftersun ed Estranei.

Agnes e William, appunto: quella di Hamnet è in primo luogo la storia di una giovane coppia di innamorati, che convolano a nozze quando lei rimane incinta della loro prima figlia, Susanna, e riconoscono l’uno nell’altra una profonda affinità elettiva. Di quel cognome così ‘ingombrante’, Shakespeare, quasi non si fa menzione, sebbene non manchino i segnali della creatività ossessiva dell’uomo, nonché gli echi delle sue opere future: dal suo corteggiamento di Agnes nascono i versi di Romeo e Giulietta; i loro gemelli, Judith e Hamnet, giocano a prestarsi abiti e identità come ne La dodicesima notte; e in un’occasione i tre figli, diretti dal padre, si producono in una divertente rappresentazione delle streghe di Macbeth.

Ma il film di Chloé Zhao non è una biografia in senso stretto, e l’attenzione rimane puntata sul contesto familiare, pure dopo che William parte per Londra per intraprendere una carriera nel teatro. Un contesto in cui, però, sull’amore fra i due coniugi e sul loro idillio domestico sembrano affacciarsi funesti presagi: dal difficile parto dei due gemelli al tormentoso ricordo del decesso della madre di Agnes, la morte è un’oscura presenza che grava sulla protagonista, evocata fin dalla rievocazione del mito di Orfeo ed Euridice in uno dei primi dialoghi fra lei e William. Ed è la morte a materializzarsi di colpo sotto forma dei sintomi di una pestilenza, a cui Agnes oppone le proprietà taumaturgiche delle piante coltivate con dovizia nel suo giardino.

 

«Buonanotte, dolce principe»: il dolore sublimato nell’arte

Il legame simbiotico fra Judith e Hamnet, già manifestatosi nel reciproco scambio di vestiti, fa sì che quest’ultimo assorba la malattia della sorella, salvandole la vita ma sacrificando se stesso, in una sequenza straziante che Chloé Zhao mostra in presa diretta, inquadrando l’orrore in primissimo piano. La regista di Nomadland si conferma qui alfiera di un naturalismo illuminato però da brevi squarci poetici: che si tratti dei raggi del Sole che penetrano in una stanza come una sorta di grazia celestiale o delle visioni fantasmatiche del piccolo Hamnet, impersonato dall’incantevole dodicenne Jacobi Jupe, mentre come Euridice si inoltra in quel «territorio inesplorato dal cui confine non torna indietro nessun viaggiatore».

Il mistero della morte e il dolore della perdita diventano dunque gli elementi-chiave di un terzo atto che, ancor più dei precedenti, si affida alla forza espressiva dei suoi due interpreti. Paul Mescal riversa l’ira ribollente e i feroci rimpianti del suo William Shakespeare nelle prove di Amleto (con Noah Jupe, fratello maggiore di Jacobi/Hamnet, a vestire i panni dell’attore principale), interrogandosi su come reagire alle «pietre e i dardi scagliati dalla sorte oltraggiosa». Ma è soprattutto Jessie Buckley, premiata con il Golden Globe e candidata all’Oscar come miglior attrice, a dominare il racconto con la fierezza selvatica della sua Agnes: una donna in rosso nel verde di quei boschi che la ‘abbracciano’ come fosse una creatura silvana, teneramente affettuosa nelle interazioni con i propri cari e radicale nelle sue esplosioni di sofferenza, sia nel corpo che nell’animo.

E non a caso sono i primi piani di Agnes e William, in due sezioni opposte del Globe Theatre (lei in prima fila davanti al palco, lui dietro le quinte che osserva dal sipario), a veicolare l’elaborazione del loro atroce lutto: un’elaborazione che, secondo l’assunto alla base tanto del romanzo di Maggie O’Farrell, quanto del film di Chloé Zhao, passa attraverso la sublimazione dell’arte e l’esperienza collettiva del teatro. Ma paradossalmente, è anche l’aspetto su cui Hamnet fatica a convincere appieno, limitando a qualche accenno il percorso che avrebbe portato dalla tragedia personale di Shakespeare alla genesi di Amleto e conducendoci direttamente, così come Agnes, al momento della messa in scena: uno spettacolo che, per lei e per noi, assume un significato ulteriore, rendendo le parole di Orazio, «Buonanotte, dolce principe», un commiato ancora più emozionante.

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