FILM

Heart of the Beast, la recensione: un live action Disney che incontra Rambo

Brad Pitt e un cane-eroe contro la natura selvaggia dell'Alaska: David Ayer firma un family movie d'azione più tenero che duro, tra suggestioni Disney e il carisma da vecchio divo di Pitt

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Partiamo subito con un'avvertenza: chi, vedendo la locandina di Heart of the Beast, o il trailer, si aspettasse un film duro, crudo, violento e pure un po' rozzo dovrà ricredersi. La presenza di Brad Pitt e le immagini avventurose, unite al nome del regista David Ayer, potrebbero far pensare a un film à la Jason Statham, di cui Ayer è diventato affezionato regista dopo Suicide Squad, ma di fronte ci si trova tutt'altro tipo di film, o quasi.

Un veterano, un cane, l'Alaska

Pitt interpreta James Belmont, un veterano delle forze speciali in congedo che ha deciso di vagabondare per la natura USA assieme al suo cane, anch'esso reduce di guerra. Durante un volo, James ha un infarto, il suo aereo precipita e i due sono persi nel mezzo della foresta dell'Alaska senza soccorsi: di fronte hanno 58 miglia di percorso accidentato prima di trovare una zona abitata.

Scritto da Cameron Alexander, che vede realizzato il suo script dopo anni in cui era nella famosa "lista nera" delle migliori sceneggiature non prodotte, Heart of the Beast è la versione appena un po' più adulta dei live action Disney anni '90 con animali, specialmente cani, intenti a salvare esseri umani e viceversa, spesso ambientati in contesti naturalistici particolarmente ostili.

Gli ingredienti di Ayer, filtrati in chiave family

Non che ci sia nulla di male in questo, non è un paragone svilente, ma dà l'idea di come Ayer, anche produttore insieme a Pitt e alla coppia Damien Chazelle & Olivia Hamilton, avesse intenzione di aprirsi a un altro tipo di film, distante ma non troppo da quello che lo ha reso riconoscibile a Hollywood. Gli ingredienti a lui consueti non mancano: c'è un militare, anzi due, con stress post traumatico e sentimenti che oscillano tra nostalgia e voglia di isolarsi nella natura selvaggia per digerire la disillusione verso il mondo; c'è un'avventura ritratta in modo duro e sporco; c'è un senso dell'azione grezzo ma efficace, a cui fa da contraltare il sentimentalismo del rapporto uomo/cane.

Ecco che si entra in territorio "family", con il cane Odin via via sempre più umanizzato, la visualizzazione dei suoi ricordi che sembra ammiccare, senza troppo senso del ridicolo, ai meme sui reduci del Vietnam, la commozione del finale cercata in modo smaccato e insistito, prima con la musica di Jared Michael Fry, poi con i gesti (il cane che lecca la lacrima all'uomo). Le due anime cozzano un po' tra loro, soprattutto perché la regia pare poco a suo agio con quella gentile e sensibile, mentre è più efficace nella direzione e nel montaggio (di Dody Dorn) dell'azione, nel rendere sommariamente credibili le esibizioni di superomismo e supercanismo dei personaggi.

A mettere tutti d'accordo ci pensa Pitt, sempre più erede di Robert Redford, che infatti qui pare una versione militarista del personaggio di Corvo rosso non avrai il mio scalpo, ed è abbastanza divo da spargere carisma sul film e abbastanza attore da tenerlo tutto sulle sue spalle. Certo, la maggior parte degli spettatori penderà dagli occhioni e dalle zanne argentee di Odin, ma con certi cani il gioco è fin troppo facile.

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