High Life, la recensione
Votato al cinema d'autore ma fedele al genere, High Life incanta e destabilizza
High Life, la recensione
In una navicella deserta che vaga nello spazio più profondo, fuori da ogni possibile orbita, si leva il pianto di una neonata. Quell’urlo, espressione dell’umanità più primordiale, è anche l’unico segno vitale che pervade quell’infinitesima porzione di universo, dove solo Monte (Robert Pattinson) e sua figlia respirano, esistono.
Attraverso una trama sottile e fragile come un capello (già svelarla sarebbe un peccato), High Life ha comunque la capacità di tenere magneticamente attaccati allo schermo. Si parte in medias res, poi si va avanti e indietro nel tempo per capire cosa è successo in quella navicella, chi sono le persone che vediamo agire: e allora viene fuori il tema dell’esperimento, della ricerca scientifica. Ma è come se le motivazioni non avessero importanza, e si entrasse in questo mondo soporifero, ovattato, stordente, per farsi trascinare da una indefinita alterità, che è forse il segreto irraggiungibile e affascinante del perché Monte e sua figlia – e anche noi spettatori – vogliono ancora vivere, nonostante la loro situazione. Perché? Per chi? E in quale mondo?
Votato al cinema d’autore ma fedele al genere, High Life ricopre abilmente il suo nucleo filosofico attraverso una tensione superficiale, quella della suspence, quasi dell’horror. La tensione è però costantemente tenuta a freno, ed è invisibile ma fastidiosa, è celata e poi rivelata nei momenti in cui esplode: ovvero quando il sangue e il sesso, la morte e la vita, scorrono lungo le superfici bianche e asettiche, macchiando o bagnando di vita ciò che ne è privo. Il sesso, essenziale per le riflessioni sulla vita e sul concetto di riproduzione/riciclo, è qui mortifero (come in Cannibal love), spaventoso, ma allo stesso tempo è dolce, disperato: è il gesto ossimorico che regala la vita, e questo interessa alla Denis.