Homeland 3x03, "Tower of David": la recensione
Ancora stasi e lentezza nella puntata che rimette in gioco anche Brody
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In quelle stanze vuote, in quell'ambiente misero, si muove sperduto l'ex marine, ex terrorista, ex doppiogiochista, ex marito e padre. Per la prima volta dall'inizio della serie Brody non ha un'identità ben definita, non ha un ruolo da interpretare, non è mai stato così simile al vero se stesso come in questo momento. E come lui è Carrie, abbattuta, sola, una persona fragile che ha sempre vissuto dei propri obiettivi e che, una volta privata di questi, è completamente spezzata. Prova a far finta di comprendere i propri errori, la propria situazione (un po' come faceva Sarah Connor rinchiusa in manicomio nelle prime scene di Terminator 2), ma non funziona. Odia Saul, lo manda bellamente a quel paese, ma a lui, al suo mentore, amico e rappresentante dell'unico mondo in cui si sente realizzata, torna a rivolgersi disperata.
Damian Lewis e Claire Danes sono davvero degli ottimi interpreti. Forse non vale la pena sottolinearlo ad ogni episodio, ma ogni tanto è giusto ricordarlo. Ciò che manca è un contesto vivo che li valorizzi al di là della semplice, ripetuta e già vista espressione di un tormento che è valore aggiunto se inquadrato all'interno di qualcos'altro (ad esempio la caccia ad Abu Nazir) ma che stanca velocemente, anche perché già visto, se lasciato a se stesso. L'idea alla base dell'episodio, ideata dal defunto Henry Bromell e completata dal figlio William, è significativa e interessante, ma manca di quella spinta narrativa che da sempre Homeland accompagna alle tensioni emotive. Tre episodi preparatori in una stagione di dodici sono troppi e anche se questa settimana la serie ha fatto registrare un miglioramento rispetto alle prime due puntate (soprattutto grazie alla mancanza di Jessica e Dana) l'impressione è che sia necessaria una svolta.
