I delinquenti, la recensione
Il film-anagramma di Rodrigo Moreno affascina con le sue trasformazioni, ma alla lunga mostra la corda di un gioco un po' schematico.
La recensione di I delinquenti, il nuovo film diretto da Rodrigo Moreno, in arrivo al cinema dall’11 aprile.
Buenos Aires. Un impiegato modello di una banca (Daniel Elías) stanco della sua vita alienante, decide di rapinare i suoi datori di lavoro: ruberà esattamente i soldi che avrebbe guadagnato fino alla pensione, starà in carcere massimo tre anni e mezzo e guadagnerà decenni di vita “libera”. Nel colpo coinvolge anche un collega (Esteban Bigliardi) che avrà il compito di custodire il denaro e che a sua volta si sente prigioniero del suo matrimonio. Per entrambi diventare delincuentes significa esplorare percorsi di vita alternativi, scombinando le carte di una strada che sembrava tracciata. Ma abbiamo davvero alternative?
I delinquenti si pone questa domanda mettendo in scena personaggi che sognano qualcosa di diverso, laddove per diverso si intende soprattutto “pre-moderno”: il loro è un viaggio dalla metropoli alla pampa, dagli uffici alle rive dei fiumi, dai tram ai cavalli. Una specie di sogno hippy in salsa argentina, che vede la libertà autentica come legata al recupero di una dimensione atemporale, non più scandita dagli impegni di lavoro e di famiglia ma solo dall’immobilità del paesaggio naturale. Più fatalista che romantico, Moreno gli mette però i bastoni fra le ruote, dipingendo una realtà che dietro le apparenti differenze non fa che riproporre gli stessi elementi.