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Ice Cream Man, la recensione: il vero killer è la noia

Solita operazione di artigianato nostalgico di Roth & Co. Stavolta però la premessa bastava per un corto, e non c’è alcuna ispirazione a sorreggerla.

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Con Ice Cream Man sembra che Eli Roth abbia deciso di prendere in parola una delle recensioni letterboxd più popolari del suo Knock Knock (2015), che riconduceva l'home invasion moralista (pre-me too) delle seduttrici mortali Lorenza Izzo e Ana De Armas al modello di Gremlins (1984): il mostro/demone come allegra forza anarchica, da applaudire più che temere mentre mette goliardicamente a soqquadro un'ideologia domestica retriva e malata.

Qualcosa dello stesso principio "dispettoso", tirandolo per i capelli, si potrebbe vedere anche in Ice Cream Man, dove un gelataio satanico (stock boogeyman come ne abbiamo visti e immediatamente dimenticati a migliaia) trasforma i bambini di un'allegra suburbia in zombie posseduti, che con la commovente fantasia dell'infanzia decapitano, sbudellano e variamente infieriscono sugli adulti del paesino.

Non che Roth abbia mai avuto niente a che spartire con la politicità di un Joe Dante (e a giudicare da quando ci ha provato, come in The Green Inferno, forse è meglio così). La sua dissacrazione, figlia del tarantinismo come cinefilia dell'eccesso adolescenziale, non ha niente di particolarmente profondo da dire, se non che il sangue è divertente (pernacchia) e che chi non ci sta può essere solo un noioso, un bigotto, o un ipocrita che maschera i propri impulsi bestiali.

Il problema di Ice Cream Man, come della maggior parte dei film che abbracciano questo credo, è che il divertimento del ragazzaccio nel maneggiare budella e prop prostetici (qui c'è una bellissima testa scoperchiata che potrebbe farvi ripensare con nostalgia a Hannibal), e il suo godimento nel riempirci le orecchie con le note di Fulci-Soavi-Argento (basta per pietà), non sono quasi mai proporzionali alla capacità di offrire un reale valore di intrattenimento.

È la tremenda fregatura di avere per padre putativo qualcuno come Tarantino, che - mentre sinceramente apprezza (e ha aiutato intere generazioni ad apprezzare) il cinema "basso", ha però il lieve vantaggio di essere il più grande cineasta pop della sua generazione, capace (in virtù di un'abilità drammaturgica smodata) di trascinare anche il pubblico dei non iniziati nella stanzetta puzzolente dei nerd di Russ Meyer e dei Mondo Movie.

Niente di tutto questo si trova in Ice Cream Man, che commette il doppio peccato di proporre con strafottenza l'ennesima rimasticatura di un concetto di "estremo" vecchio di decenni e di essere anche, mentre lo fa, un film mortalmente noioso: può reggere il primo quarto d'ora, divertire per la prima sequenza di ammazzamenti, ma poi non fa che ripetersi in modo progressivamente meno ispirato, senza che dalle coreografie o dai dialoghi emerga nulla di quel “fun” che in teoria sarebbe il succo dell'operazione. Come spesso gli capita, Roth sembra divertirsi soprattutto lui.

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