FILM

Il caso 137, la recensione: indagine su poliziotti al di sopra di ogni sospetto

Ne Il caso 137, Dominik Moll porta in scena un’indagine sugli abusi della polizia francese, trovando nell’ispettrice di Léa Drucker il baricentro morale di un racconto teso e rigoroso.

Condividi

Stéphanie Bertrand, ispettrice dell’IGPN (ispettorato generale della polizia nazionale), di professione interroga le immagini. Nella scena d’apertura de Il caso 137 la vediamo intenta ad analizzare la video-ripresa di un’azione della polizia antisommossa: le immagini restituiscono un frammento di verità, che a lei spetta poi declinare all’interno di un contesto che tenga conto del “fattore umano”. Stéphanie, affidata alla pacata compostezza di una magnifica Léa Drucker, non si limita pertanto a registrare meccanicamente ciò che vede, ma ha anche il compito di fornire un’interpretazione quanto più possibile obiettiva di quelle immagini, approfondendone il significato. Una procedura lenta, complessa, metodica, che costituisce il cuore pulsante del film di Dominik Moll.

È un aspetto che costituisce un evidente trait d’union fra Il caso 137, approdato nei cinema italiani a quasi un anno di distanza dalla presentazione in concorso al Festival di Cannes 2025, e la precedente pellicola del regista franco-tedesco, La notte del 12. Il pluripremiato poliziesco del 2022, anch’esso sceneggiato da Dominik Moll in coppia con il fedele collaboratore Gilles Marchand, metteva in scena l’inchiesta sull’omicidio di una ragazza nella provincia francese come un lavoro capillare e meticoloso, raccontato con un’asciuttezza che rinunciava a ogni facile spettacolarismo in favore di un approccio decisamente realistico. Un approccio analogo a quello de Il caso 137, in cui però la detection riguarda la polizia stessa, e in particolare la BRI (la brigata di ricerca e di intervento), all’indomani delle proteste del movimento dei gilet gialli.

Dominik Moll e il grande cinema d’inchiesta

È nella cornice di queste proteste che, la sera dell’8 dicembre 2018, il ventenne Guillaume Girard (Côme Péronnet) rimane gravemente ferito da un proiettile di gomma lanciato all’altezza del cranio. Si tratta del dossier 137 del titolo, di cui Stéphanie Bertrand deve occuparsi insieme al collega Benoît Guérini (Jonathan Turnbull), ritrovandosi giocoforza tra due fuochi: da un lato il doloroso risentimento della famiglia Girard, proveniente dallo stesso paese d’origine della donna (Saint-Dizier, piccolo comune dell’Alta Marna, dove talvolta si reca a trovare i genitori) e determinata ad ottenere giustizia; dall’altro i colleghi di Stéphanie, incluso il suo ex Jérémy (Stanislas Merhar), che considerano ogni indagine interna come un affronto alla rispettabilità delle forze dell’ordine, e nel caso specifico al reparto dei cosiddetti “eroi del Bataclan”.

Fino a che punto si può mettere in discussione lo Stato, conducendo una severa analisi della correttezza morale di uno dei suoi apparati più in vista? È la domanda sottesa alla routine lavorativa di Stéphanie, nonché l’interrogativo – inespresso, ma a suo modo ineludibile – che grava come una spada di Damocle sulla sua inchiesta. Un’inchiesta in cui le procedure burocratiche, osservate dalla protagonista con scrupolosa precisione, finiranno per assumere una dimensione ambivalente: se da un lato fungono infatti da necessaria garanzia della correttezza delle indagini, dall’altro possono trasformarsi in strumenti d’intralcio della verità o essere utilizzate come potenziale ‘bavaglio’ nelle mani di un potere che non è disposto ad ammettere le proprie responsabilità nei confronti dei cittadini.

L’ispettrice di Léa Drucker, fra raziocinio ed empatia

In quest’ottica, Il caso 137 si inserisce nel filone del miglior cinema politico, ma sottraendosi alla facile retorica dell’opera a tesi. La narrazione conserva una lucidità aperta a dubbi e contraddizioni, che corrisponde idealmente allo sguardo di Stéphanie, capace di far convivere la forza del raziocinio con una silenziosa ma sincera empatia: elementi entrambi essenziali a far ‘parlare’ tanto le immagini, quanto gli individui, come la cameriera Alicia Mady (la Guslagie Malanda di Saint Omer), refrattaria testimone delle violenze dell’8 dicembre. E Léa Drucker, che aveva già dato prova del suo talento in film come L’affido, Close e Ancora un’estate, qui si rivela un’interprete perfetta, con una prova sapientemente sotto le righe ma animata da una sottile inquietudine, che le è valsa un sacrosanto premio César come miglior attrice.

In prossimità dell’epilogo, la sua Stéphanie viene accusata di aver preso la vicenda «troppo a cuore»: ma è un’obiezione sensata, dal momento in cui in gioco ci sono le esistenze di altri esseri umani? Il conflitto de Il caso 137 non è dunque solo quello fra colpevoli e vittime, ma fra due prospettive che vedono contrapposti l’anelito di giustizia e una distorta ragion di Stato; l’etica rigorosa di Stéphanie, decisa ad appurare la realtà dei fatti senza lasciarsi frenare dalle intimidazioni, e l’ipnosi anestetizzante dei reel di gattini su Instagram. E fra i video, principale terreno d’indagine di questo dramma poderoso ed amaro, Moll sceglie di riproporre nel finale quello più immediato: Guillaume, in auto verso Parigi, che intona i versi della canzone Siffler sur la colline di Joe Dassin, con il radioso entusiasmo di chi, a vent’anni, è convinto di poter cambiare il mondo.

Continua a leggere su BadTaste